La Caritas in missione per provare a curare un Venezuela ferito dal sisma. Sono salite a circa 5mila le vittime accertate del terribile doppio terremoto che ha colpito il paese sudamericano lo scorso 24 giugno: due scosse tra le più devastanti nella storia recente venezuelana, con una magnitudo molto alta (il primo di 7.2 e il secondo di 7.5) e avvenute nel giro di un minuto una dall’altra. Oltre alle migliaia di morti, sono moltissimi ancora i feriti e i dispersi, e al momento incalcolabili sono i danni a edifici e infrastrutture soprattutto lungo la costa nord del Venezuela, una delle aree più densamente popolate dello stato.
SUPPORTO Tra chi si è messo in moto quasi subito a portare supporto alla popolazione c’è la rete Caritas, che tramite la branca venezuelana dell’associazione cattolica, e con l’aiuto delle altre sezioni nazionali (tra cui quella italiana), sta fornendo un aiuto concreto e fungendo da coordinamento per gli aiuti. «La valutazione dei danni mostra una combinazione di crolli, danni strutturali, compromissione di servizi essenziali e problemi di accessibilità – si legge nel report preparato da Caritas Italia per aggiornare sull’emergenza – OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ndr) segnala almeno 855 edifici colpiti e 2.501 infrastrutture con qualche livello di danno. Il quadro comprende abitazioni, ospedali, scuole, ponti, strade, reti idriche e fognarie, con livelli diversi di criticità nei territori interessati». Una grossa criticità riguarda la situazione degli ospedali: «lI sistema sanitario è sotto forte pressione. Fino a 38 ospedali hanno danni e i servizi di emergenza devono gestire traumatologia, feriti, pazienti dimessi e persone con terapie interrotte. Si aggiungono i rischi sanitari collegati ad acqua e igiene, sovraffollamento degli spazi temporanei, interruzioni elettriche e condizioni precarie di protezione».
CRISI ABITATIVA Anche quella abitativa si sta rivelando un’emergenza, con gli sfollati sempre più in aumento. La risposta pubblica (spesso in ritardo, a causa della già difficile situazione economica e politica del paese) sta predisponendo ed espandendo campi e strutture transitorie:
Molte famiglie trovano soluzioni temporanee presso parenti, parrocchie, scuole, spazi comunitari o strutture improvvisate – è l’allarme che lancia Caritas – Questa mobilità forzata richiede attenzione alle condizioni minime di sicurezza, privacy, igiene e protezione.
E in un contesto del genere, anche approvigionarsi di acqua, cibo e beni essenziali diventa difficile: soprattutto i territori delle diocesi di La Guaira e Caracas hanno un livello di bisogno estremo.

POLITICA Proprio la zona di La Guaira è una delle più difficili da raggiungere per i soccorsi: in parte per la conformazione del territorio, in parte per la volontà del governo di Delcy Rodriguez di centralizzare la catena degli aiuti ostacolando i tentativi dell’opposizione di mobilitarsi. Rodriguez, presidente ad interim del paese dopo la cattura di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti, ha tutti gli interessi a far risaltare la risposta governativa al sisma. Risposta che le opposizioni denunciano però essere tardiva e inefficiente, tanto che figure centrali del regime (come “Nicolasito” Maduro Guerra, figlio dell’ex presidente, e la stessa Rodriguez) sono state contestate durante visite pubbliche alla popolazione. Gli aiuti stanno arrivando dall’estero: dall’America latina (Colombia, Messico, Brasile, Cile, El Salvador), dagli Stati Uniti (paese che, de facto, controlla il Venezuela e la sua risporsa più importante, il petrolio) e dall’Unione europea, oltre a tutta la galassia di associazioni internazionali come Unhr, Save the children e Caritas che stanno portando soccorritori e medicine. Una buona parte di questi aiuti arriva anche dall’Italia: anche da Vigevano, dove Caritas ha attivato una raccolta fondi per gli interventi urgenti.
PICCOLA VENEZIA Fin dal suo nome, il Venezuela dimostra un legame strettissimo con l’Italia: dalla distesa di palafitte nel lago di Maracaibo, che al navigatore Amerigo Vespucci ricordavano una piccola Venezia, una (appunto) “Veneziola”, all’essere meta di migliaia di emigranti dal Belpaese che soprattutto a partire dagli anni Quaranta partirono alla ricerca di fortuna. Si calcolano in 5 milioni gli oriundi presenti nel paese, discendenti di quei “paisà” con la valigia di cartone. Alcuni dei quali hanno poi fatto “marcia indietro”, riattraversando l’Atlantico e stabilendosi in Italia, la terra degli avi, a causa della lunga crisi economica nel paese latinoamericano. In provincia di Pavia sono qualche centinaio i cittadini venezuelani, da sommarsi però a chi a Caracas e dintorni ci è nato, ci è cresciuto, ci ha vissuto e lavorato e ora assiste sgomento alla tragedia che ha colpito la “Piccola Venezia”: «In pochi secondi, la mappa della normalità si è dissolta per migliaia di famiglie – racconta una ristoratrice pavese di origine venezuelana – Sono crollati muri, i tetti sono ceduti, ma la cosa più dolorosa è che si è spezzata la serenità di un popolo che portava già sulle spalle troppe tempeste».
Alessio Facciolo


