«I gesti peggiori possiamo farli anche noi che non siamo delinquenti». A dirlo è un uomo che ha appena terminato un percorso di recupero per uomini maltrattanti, organizzato dal Csf di Pavia. Da settembre questo tipo di servizio inizierà anche a Vigevano nella sede di corso Genova del Csf. Si tratta di spazi di condivisione e recupero ai quali partecipano uomini autori di violenze contro le donne e anche di femminicidio. Esistono da anni e hanno l’obiettivo non solo del recupero, ma anche della prevenzione.

CODICE ROSSO Fino al 2019 erano facoltativi, ma con l’introduzione della legge 69 del 2019, il cosiddetto codice rosso, che inasprisce le pene per chi commette reati di violenza contro donne, minori e persone disabili, sono diventati una pena alternativa. La sospensione condizionale della pena per i reati specifici è subordinata alla partecipazione a percorsi di recupero in enti o associazioni, che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati. I costi sono a carico di chi intraprende il percorso, che inizia da colloqui singoli con psicologi ed educatori per passare a quelli di gruppo. Ci sono anche uomini che decidono di partecipare in autonomia, ma sono una minoranza. Questi incontri hanno durata minima di un anno e si compongono di incontri settimanali con monitoraggio costante e possibilità di interruzione in caso di non collaborazione. Psicologi e operatori possono anche non ammettere una persona che non si dimostri collaborativa. L’esperienza dei centri specializzati – come il Cipm di Milano, attivo da trent’anni – prova l’efficacia di questi percorsi: il tasso di recidiva tra gli autori che hanno completato il trattamento si attesta tra il 4% e il 5%, contro una media del 50% nei soggetti non trattati. Un ottimo risultato alla luce dei dati nazionali della polizia, che vedono un trend in progressivo e costante incremento nel corso degli anni, a eccezione di un lieve decremento degli atti persecutori in flessione in relazione all’anno 2022. Gli omicidi che hanno come vittime le donne sono il 50%, ma se si prendono in analisi gli omicidi nei quali la vittima è il partner ci si rende conto di come le donne che perdono la vita siano l’80%.
FRENARE LA SPIRALE Per frenare questa spirale è necessario che gli uomini prendano coscienza. Mario (nome di fantasia), alle spalle ha condanne per spaccio e violenza privata, ma solo quando viene condannato per stalking ai danni della sua ex fidanzata in lui scatta qualcosa.
Quando al processo – racconta – dopo due anni e mezzo ho visto la vittima singhiozzare e avere ancora paura, ho capito di aver fatto un danno.
La condanna sarebbe di due anni, ma con la condizionale e la decisione di accettare un percorso alternativo si riduce a uno. Da tre anni frequenta percorsi di gruppo e, anche se avrebbe già terminato, Mario vuole fare ancora un anno. «All’inizio – racconta – a dire il vero ero scettico. Ci sono andato su consiglio del mio avvocato. Ma poi ho preso coscienza di quello che avevo fatto». Mario viene lasciato dopo una storia durata cinque anni e finisce in comunità. Quando esce trova una nuova fidanzata. Sua madre è contenta e arriva a portarla a vivere con loro. Ma lui non è convinto. La ex si fa viva e lui ricomincia a vederla. La nuova ragazza si fida di meno, lo controlla, chiede che lui invii foto quando esce. Ma lui, invece, di lasciarla «come avrei dovuto fare» inizia a perseguitarla. «Più lei si allontavana – racconta – più io la tempestavo di chiamate. Da novembre a gennaio ho fatto di tutto, le ho anche tagliato le ruote dell’auto per non farla uscire. Soffrivo di delirio di onnipotenza, volevo essere io a decidere tutto di lei, dove andava, cosa faceva, con chi si vedeva». Fino a quando non arriva la denuncia e il processo. È così che si avvicina a un nuovo percorso. All’inizio diffida, poi si sente a casa. «Non mi sentivo giudicato – ricorda – e ho iniziato a lavorare sul mio io. Oggi sono in grado di riconoscere i campanelli d’allarme. Non è facile. Il senso di onnipotenza è sempre dentro di me. So che non posso eliminarlo, ma ora riesco a metterlo in un angolino».
Andrea Ballone


