Gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare contro il Venezuela e catturato il presidente Nicolás Maduro. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, forze speciali americane hanno condotto un blitz a Caracas nell’ambito della cosiddetta “Operation Absolute Resolve”, volto alla cattura del capo dello Stato venezuelano e di sua moglie Cilia Flores. Il governo di Washington ha giustificato l’azione come necessaria per combattere il narcotraffico internazionale e ha parlato della possibilità di sostenere una transizione politica in Venezuela, mentre l’amministrazione Maduro la definisce una aggressione militare in violazione della sovranità nazionale.
LE REAZIONI La mossa statunitense ha scatenato forti reazioni internazionali: paesi come Cuba, Russia e Cina l’hanno condannata come violazione del diritto internazionale, e organismi come l’Onu hanno espresso timori sulle implicazioni di un’azione unilaterale con uso della forza. Nel frattempo a Caracas la vicepresidente Delcy Rodríguez è stata insediata come presidente ad interim, dichiarando una settimana di lutto nazionale e intensificando misure di sicurezza interne.
TESTIMONIANZE In redazione abbiamo raccolto un paio di significative testimonianze tra chi ha vissuto un periodo importante in questo tormentato paese. «Cos’ho provato il 3 gennaio? Preoccupazione per le immagini di Caracas sotto attacco ma poi sollievo vedendo Maduro in manette. Si festeggia perché potrebbe essere l’inizio della fine di quella che ritengo una dittatura in un paese che sento come mio». A parlare in questo modo è Fabio Dall’Aglio, vigevanese di 60 anni che è arrivato a Caracas nel 1979. «Avevo 12 anni ed ero il più grande di tre fratelli. Mio padre era un técnico specializzato nelle macchine per la calzatura e ha passato la sua vita all’estero installando macchine prodotte soprattutto a Vigevano». La storia è quella di un trasferimento per opportunità migliori. «Il paese offriva molto sotto tanti aspetti, anche se sotto altri era carente. Lo sentivamo il nostro paese e quindi la scelta è stata quella di rimanere lì avviando un’attività di produzione di abbigliamento che abbiamo tenuto aperta fino al 1999». La storia di Fabio è anche la storia di chi ha provato ad opporsi addirittura a Chavez (presidente eletto democraticamente, prima di Maduro): «Eravamo seduti di fronte al palazzo del governo. C’era una manifestazione pacifica che richiedeva la rinuncia del presidente. La “Guardia Nacional” ha risposto con lacrimogeni e spari.
Era il 2002 e da quel momento decisi che non era più il posto per me e la mia famiglia. Tornammo subito in Italia.

ATTESA DA 20 ANNI Rosario Vella, pizzaiolo al ristorante Primavera di Vigevano, il Venezuela lo conosce molto bene. La sua storia l’abbiamo raccontata in una lunga intervista nell’agosto dell’anno scorso. È il 19 gennaio 1982 quando arriva in Venezuela e comincia a vivere tra Puerto Ordaz e San Felix. E in questo paese ci ha lasciato un pezzo di cuore e ricorda ancora oggi con nostalgia quegli anni.
È qualcosa che avrebbe dovuto succedere 20 anni fa – dice – Io sono convinto che la maggior parte dei venezuelani sia contenta, anche perchè quello che sta accadendo riguarda direttamente la loro vita.
Rosario ha ancora amici nel paese dell’America latina e racconta che dopo l’intervento degli Stati Uniti le città sono militarizzate. «Le persone hanno paura a dire e manifestare la loro opinione – aggiunge – Il rischio è quello di sparire in un angolo scuro di qualche carcere». L’attesa e la speranza sono le elezioni: «Cambierà molto. E’ importante che i cubani e i colombiani che occupano i vertici dell’esercito vengano cacciati e forse qualcosa migliorerà».
Edoardo Casati, Massimo Sala



