Beato Matteo / Il racconto del frate amato da Vigevano

Chi era Giovanni Francesco Carreri? Il beato Matteo, patrono secondario di Vigevano, è uno dei simboli della vigevanesità a distanza di oltre cinque secoli dalla sua morte, eppure la sua figura resta per certi aspetti ineffabile nonostante della sua vita ci sia una biografia quasi coeva, in parte perché il “grande pubblico” non la conosce e in parte perché la stessa cronaca non chiarisce alcuni aspetti chiave. Su tutti, il beato Matteo visse a Vigevano stabilmente per parte della sua vita? Probabilmente no, il testo sembra lasciare intendere che la sua presenza fosse regolare, ma saltuaria e legata alla predicazione.

LA CRONACA Il testo è citato già nel Seicento da Matteo Gianolio nel “De Viglevano”, che scrive di un «antico manoscritto del convento» che dovette essere vergato nell’immediatezza della morte del Beato, avvenuta nel 1470. L’agiografia non ha un autore noto, ma chiunque fosse aveva una conoscenza approfondita di Vigevano e diretta del Beato. Una copia arrivò a Roma e lì fu custodita presso l’Archivio generalizio dell’Ordine dei Predicatori, per poi essere riportata a Vigevano in veste di microfilm nel 1993 ed essere riscritta in italiano contemporaneo da don Stefano Cerri, che la pubblicò nel 2000 con la Società Storica Vigevanese.

PROFETICO Leggendo il volgarizzamento di don Cerri, in qualche modo uno degli eredi del carisma del Beato, parroco di San Cristoforo in San Pietro Martire per 33 anni dal 1975 e ideatore del Palio delle Contrade, è possibile tornare nella Vigevano del XV secolo, ancora governata dagli Sforza e anzi pochi anni prima che Ludovico il Moro tentasse di trasformarla nella sua città ideale rinascimentale, progetto destinato a rimanere incompiuto per la discesa di Carlo VIII e dell’esercito francese del 1494, l’inizio di tutte «le calamità d’Italia», come intuì Guicciardini, visto che l’appello del Moro al re di Francia aprì tre secoli di dominazione straniera e di declino per la penisola. Qualcosa dovette presagirlo anche frate Matteo, a cui sono attribuite due profezie: una, più celebre e personale, «vado a Vigevano, per morirvi», l’altra

giungeranno in Italia delle popolazioni di cui non capirete né parole né linguaggio. Ruberanno con saccheggio, consumeranno con avidità i vostri beni. Voi non potrete neanche pensare di opporre resistenza.

OLTRE IL MODELLO Ma a metà secolo Carlo VIII non c’era – sarebbe nato nel 1470 che fu fatale per il Beato e sarebbe morto nel 1498 sbattendo la testa contro una trave del castello di Amboise – mentre frate Matteo da Mantova «scelse e decise, dietro ispirazione di Cristo Signore, di entrare nell’Ordine dei Predicatori, per il motivo che li vedeva dediti allo studio, solleciti nella predicazione, nelle confessioni, nei digiuni, nella preghiera, nella ufficiatura divina, illustri per la integrità della vita». Un modello che intendeva sposare in toto, aggiungendogli una punta d’intransigenza che non verrà mai meno nella sua vita: «Praticò rigor di vita e astinenza a tal punto che […] più di una volta per l’indebolimento venne quasi a mancare e non riusciva, quindi, ad assumere alcun alimento per la rigidità della bocca e della gola. Allora, ingegnandosi con piccoli coltelli e cucchiai, gli schiudevano la bocca e a poco a poco gli introducevano qualcosa, anche solo di liquido. Così, ristorato gradatamente ed in piccole dosi, si riprendeva. In conseguenza di ciò, rimproverato dal suo maestro, in qualche modo si corresse».

SCOMODO Devoto in maniera particolare all’Eucaristia, attento «in maniera straordinaria» alla carità «verso i poveri e gli infelici», tanto da esigere di vedere i suoi familiari fare elemosina ai bisognosi, frate Matteo fu un “personaggio scomodo”; il manoscritto è sempre dalla parte del futuro Beato, ma in alcuni degli aneddoti che racconta si percepisce come a volte le persone intorno a lui si trovassero spiazzate dal suo comportamento. Come quando a Soncino e a Vigevano interruppe le danze sulla piazza, qui uscendo dal convento «armato di un nodoso bastone» e poi «scagliandosi contro i suonatori di tromba e quanti erano presenti, li spaventò tutti […] provocando un fuggi fuggi generale». Una scena che dovette destare impressione (forse in quell’occasione frate Matteo non si limitò alla predicazione?) tanto che a sera in convento giunse un «ufficiale» con l’intento di stigmatizzarne il comportamento; senza scomporsi, il Beato rispose «voi ufficiali, intanto, avete il compito di non favorire o tollerare peccati pubblici di questo genere».

IN CONVENTO Del resto essendo uomo «dotato di statura alta e di grande corporatura», sapeva incutere timore sia con la presenza sia con l’eloquenza, pur senza essere arrogante nella postura o nel comportamento: «Diritto nella persona, gli occhi bassi, misurato nei movimenti, contenuto nelle parole, composto nell’andatura, non menava mai vanto di sé; né disprezzava gli altri, se non a motivo dei vizi». Bastava la presenza per invitare gli altri frati al silenzio o a virare le conversazioni «su qualche argomento di vita ascetica o soprannaturale», oppure l’esempio, quello di «una povertà molto stretta», del «grande valore» che attribuiva ai «vili servizi domestici», delle lodi celebrate «ben eretto sui suoi piedi, con voce chiara e forte».

MALATASCA Perfino uomini di mondo, come il padrone di una nave su cui era salito per spostarsi dalla Toscana a Savona, cedevano alla sua aura, rinunciando a trattenere la moglie e la figlia di un compagno di viaggio del Beato; il comandante agiva «sia per brama di denaro sia per sprezzante malvagità», ma di fronte all’inflessibile mitezza di frate Matteo, che arrivò a offrirsi in pegno al posto delle due donne, cedette e «al vedere la sua grande carità e la sua santità, li lasciò liberi». Come era rimasto imperturbabile di fronte al “pirata” e all’ufficiale, frate Matteo lo fu anche di fronte al diavolo, in un aneddoto che l’agiografia racconta e che sembra ripreso dalle pagine della Commedia in cui Dante ritrae in azione i diavoli Malebranche. Svegliatosi di notte e sceso nel corso,

accesa la candela comparve davanti a lui il demonio, Malatasca, che vi soffiò sopra e la spense. Ma l’uomo di Dio riconobbe che quello era il tentatore […] “Bada bene di non ripetere più in avvenire una tal cosa. Vattene e non distogliermi da una occupazione importante”.

LA MORTE Nonostante qualche spigolosità, alla notizia della sua malattia la reazione dei confratelli e dei vigevanesi racconta il legame che si era creato con frate Matteo e non soltanto per i due prodigi che gli furono attribuiti già in vita, cioè la sopravvivenza di un bambino ustionato e la guarigione di un uomo dal sangue nelle urine. Il 5 settembre «cadde ammalato» e lo rimase per settimane, col cruccio che il Signore lo facesse morire «senza prima avergli concesso di sentire e provare nel suo corpo alcunché dei dolori e delle sofferenze della passione di Cristo» finché «improvvisamente e in un istante gli venne al cuore un dolore tanto grave, forte ed acuto – come quello di una freccia acuminatissima lanciata da una mano assai potente». Il manoscritto non riporta alcuna conversazione col Crocifisso – al contrario della tradizione – tanto che il futuro Beato «ebbe paura» di aver offeso Dio con quella richiesta. Vissuta quest’ultima esperienza, ricevette «il santo Sacramento […] in ginocchio sulla nuda terra» e, mentre i frati prorompevano in «lacrime, gemiti e sospiri» tornò a letto; al cospetto del priore che gli diceva «ricordatevi di pregare per questo nostro convento e per tutta la popolazione di questo nostro borgo di Vigevano», rispondeva «di gran cuore questo farò e non tralascerò mai di prendermene cura», per poi abbandonare «la prigione del corpo». Subito accorse una gran folla, che si affrettò per baciarlo, toccarlo, tagliare frammenti degli indumenti, tra clamore e pianto che impedivano ai frati di sentirsi l’un l’altro.

IL BEATO Se questo era l’epilogo della vicenda terrena di frate Matteo, non era che l’inizio della storia del Beato Matteo. Nel 1482 papa Sisto IV concedeva il culto pubblico richiesto dalla cittadinanza, evento oltremodo raro a pochi anni dalla morte, anni in cui gli furono attribuiti diversi miracoli; trentadue quelli citati nell’agiografia, anche se alcuni sembrano essere dei doppioni. Intanto nel 1518 un Convocato generale proponeva l’elezione a protettore di Vigevano, nel 1742 Benedetto XIV ne estendeva il culto liturgico alle diocesi di Mantova e Vigevano e non più alla sola chiesa di San Pietro Martire, nel 2020 la Chiesa Cattolica riconosceva «Patrono Secondario presso Dio della città di Vigevano il Beato Matteo Carreri», accanto a sant’Ambrogio, su istanza del vescovo monsignor Maurizio Gervasoni.

Giuseppe Del Signore

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