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Il calcio è su tutti gli schermi, tutti i giorni, dalle vacanze di Natale ai torridi pomeriggi estivi, ma in Italia è uno sport che appassiona sempre meno. A ogni prestazione deludente della Nazionale maschile maggiore, in tutto lo Stivale s’apre il dibattito: pole l’Italia permettersi di pareggiare (non si pretende nemmeno più di vincere) con gli altri paesi, le cui squadre sembrano infarcite di talento? Mentre sulle pagine dei giornali sono versati fiumi d’inchiostro per dibattere, nel “paese reale” il declino di quello che un tempo era considerato lo sport nazionale è ormai accettato quasi come un dato di fatto. Insomma: del calcio importa ancora a qualcuno? I «bambini che giocano per strada», evocati retoricamente come madeleine di un’Italia più bella (e più forte), non ci sono quasi più, vero: ma non è che semplicemente giocano ad altro e a quei pochi che vogliono tirare calci al pallone viene mostrato un cartellino rosso?
MENO TESSERATI A livello nazionale, l’ultimo report di Sport e salute (l’ente al quale il governo affida la promozione dell’attività fisica e i corretti stili di vita) segnala un trend inquietante per il pallone: delle discipline più praticate in Italia, il calcio è l’unica ad avere perso tesserati. Il tennis è cresciuto di 200mila, il volley di 15mila, l’atletica di 14mila, il basket di 7mila, il nuoto di 3mila: il calcio ne ha invece 40mila in meno. Parte di questo fenomeno si può certamente ricondurre ai successi ottenuti a livello internazionale dagli altri sport in questi anni, ma sarebbe semplicistico dare la colpa a Jannik Sinner (o a Paola Egonu, o a Thomas Ceccon, o a Nadia Battocletti) se ci sono meno ragazzini interessati a dare calci a un pallone. Ci sono responsabilità “macro”, che competono a una Federazione che dovrebbe svecchiarsi e lasciare da parte lotte di palazzo tra dirigenti ottuagenari per tornare a pensare alla valorizzazione della pratica di base, dei settori giovanili, dei campionati. E poi ci sono responsabilità locali, con un sistema che penalizza chi ha meno risorse economiche e chi vive il calcio come passione e divertimento.

DIVIETI Il nuovo Lamine Yamal, la star del Barcellona che ha imparato i suoi dribbling per le strade dissestate di Matarò, a Vigevano tornerebbe a casa con una multa. L’articolo 75 del regolamento di polizia urbana vieta infatti espressamente di «effettuare il gioco del calcio, al di fuori delle aree predisposte ed individuate a tale scopo». Norme simili esistono in tante città italiane, ma sotto la torre del Bramante questo codicillo di fatto vieta di giocare a pallone in tutti i parchi pubblici: perché tali «aree predisposte», al momento, non esistono. La demonizzazione del gioco libero, portata avanti (non solo in Lomellina) agitando lo spauracchio del “degrado”, a Vigevano ha raggiunto il suo apice nel 2019, quando dopo settimane di polemiche e accuse (tra cui quella, mai provata, di aver azzoppato un’anatra), furono istituite pattuglie della Polizia locale specificatamente per dissuadere alcuni ragazzini dal giocare a calcio al parco Parri. Un assessore propose addirittura di recintare i prati per impedirne l’accesso. Iniziò come farsa, finì con la tragedia della pandemia: ma anche senza task force anti pallone, il divieto resta tuttora.
FUNZIONA In terra ducale (come anche altrove) per giocare a calcio bisogna insomma aprire il portafogli: un fattore che rischia di far perdere anche la passione per uno sport che ha rappresentato per tanto tempo invece un collante per un’Italia divisa da ceti sociali, politica, dialetti. Un entusiasmo che si percepisce ancora nei cortili degli oratori, tra i pochi a offrire spazi dove il gioco resta libero. Al campo di corso Genova, al fianco della chiesa dei frati, ogni giorno gruppi di bambini e adolescenti si inseguono in sfide infinite fino al tramonto: ci sono gli alunni del catechismo, giovani di origine straniera, studenti universitari. Padre Fabio Adalberti, uno dei cappuccini di stanza a Vigevano, apre il campo, dissipa le controversie, cerca di dare qualche regola di convivenza:
Lo facciamo per dare un’opportunità, visto che gli spazi sono pochi. Il calcio ha anche un ruolo educativo: io non sono qui solo ad aprire, ma a dare delle regole. Far convivere 20-30 ragazzi non è facile, ma funziona.
In barba al risultato: «I nostri ragazzi del Gifra l’altro giorno hanno sfidato i coetanei dell’Addolorata. E… hanno perso». Per amare il calcio in fondo non è necessario essere il nuovo Yamal: basta avere il diritto di poterlo sognare.
Alessio Facciolo

