Costruire nel deserto: l’Ue secondo Draghi (ed Eliot)

Il mondo è un deserto? Sembra suggerirlo il titolo scelto per l’edizione 2025 del Meeting di Rimini, “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Una citazione del poeta T.S. Eliot tratta da “Cori da ‘La rocca’” del 1934, che nei versi precedenti è quanto mai esplicita: «In secondo luogo, tu dimentichi e sminuisci il deserto / Il deserto non è remoto, nei tropici meridionali / Il deserto non è soltanto dietro l’angolo / Il deserto è stretto nella carrozza della metropolitana accanto a te / Il deserto è nel cuore di tuo fratello / L’uomo buono è un costruttore, se costruisce ciò che è buono». Un’opera “d’occasione”, composta per celebrare la costruzione di nuove chiese a Londra, che consentì al poeta di affrontare i temi di tempo, fede, del distacco dai valori prodotto dalla modernità, ma anche delle contraddizioni della società di massa e l’importanza di affrontare le sfide del mondo. Questa lettura attiva del resto è condivisa sia nel Messaggio inviato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia in quello di papa Leone XIV (firmato dal segretario di Stato card. Pietro Parolin) sia nel manifesto del Meeting, secondo cui «la citazione vuole prima di tutto esprimere la speranza di una novità dentro la drammaticità della storia». E ha animato anche l’intervento di maggiore risonanza tra i tanti pronunciati dal 22 al 27 agosto durante il Meeting, quello dell’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Bce Mario Draghi. Che ha tradotto la poesia in prosa ovvero in politica:

Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione, fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza.

DISILLUSIONE CONSAPEVOLE Draghi è stato autore di fatto di una prolusione all’intera iniziativa; gli organizzatori del resto da un lato sottolineano come «durante le ultime edizioni del Meeting è stato sorprendente osservare il fiorire di questo slancio vitale in risposta ai molti “deserti” della contemporaneità», dall’altro «la sproporzione tra qualsiasi iniziativa, per quanto meritevole, e la vastità dei cambiamenti sociali, culturali, economici e tecnologici […] non può essere il mero coraggio eroico la fonte dell’energia per affrontare ciò che ci attende». Da questa sproporzione è partita la riflessione di Draghi: «Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata». All’insegna di un’impotenza che è nei verbi scelti: «Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato» e ancora «siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare». In un contesto in cui «la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari» e «l’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava». Tuttavia alla disillusione si affianca la consapevolezza, perché se non sorprende «lo scetticismo», l’oggetto di quest’ultimo sono «i modelli di organizzazione politica», segnatamente «la capacità dell’Ue di difendere questi valori». Quali? «democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità».

NON DI SOLA ECONOMIA Per continuare a difendere (e garantire) questi valori «la nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo» perché le organizzazioni emergono «per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente, questa deve cambiare». È la stessa Ue a testimoniarlo, nata perché «gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano completamente fallito nel compito di difendere questi valori» e anzi «avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale». L’integrazione «fu perciò quasi naturale» per risolvere «il più urgente problema del tempo: la tendenza dell’Europa a scivolare nel conflitto». Poi «l’Unione si è evoluta» per affrontare la «fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000», un contesto in cui «ha prosperato», ma «quel mondo è finito». Dai mercati che orientano l’economia alle politiche industriali, dalle regole internazionali alla forza militare e politica come leva «per proteggere gli interessi nazionali», dallo Stato che «vedeva ridursi i suoi poteri» a un mondo in cui «tutti gli strumenti sono impiegati in nome del governo dello Stato». Di fronte a questo «i successi» del passato «dicono poco», occorre

prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica.

FORZA ORDINARIA Che pure l’Ue ha dimostrato di avere di fronte alle emergenze (pandemia, Ucraina, crisi 2008), ma quello che serve ora è la “manutenzione ordinaria”: «La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari». Per Draghi le partite sono due, il mercato interno e la dimensione tecnologica. Per la prima l’Fmi stima che con barriere analoghe a quelle esistenti negli Usa (stato federale) «la produttività del lavoro nell’Ue potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni». Negli ultimi sette anni è stata del 2%. Per la seconda «nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche», come dimostrano Stati Uniti e Cina, che fanno leva su queste «per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro. Nessun paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie». È una questione di dimensioni, se negli Usa «l’investimento pubblico e privato» si concentra in macro progetti (a beneficio di macro aziende) da 35-65 miliardi di dollari, in Europa non si va oltre 2-3 miliardi.

Draghi - conferenza stampa
Draghi in conferenza stampa il 12 luglio

DEBITO BUONO Il punto allora è che l’Ue «dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione». «Anni fa proprio qui al vostro meeting ricordai come c’è debito buono e debito cattivo. Il debito cattivo finanzia il consumo corrente lasciandone il peso alle future generazioni. Il debito buono serve a finanziare investimenti […] genera la crescita che servirà a ripagarlo. Oggi in alcuni settori il debito buono non è più possibile a livello nazionale». Le stime parlano di 1.2 trilioni di euro all’anno. Del resto la risposta dei “Workmen” (costruttori, operai?) al “deserto” presentato dalla “Roccia” (“la pietra” evangelica, ma anche un’allusione alla lettera ai Corinzi) di Eliot è plurale, appunto «nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi», «ci sono mani e macchine / e malta per nuovi mattoni / e calce per nuova malta / dove i mattoni sono caduti / noi costruiremo con nuova pietra / dove le travi sono marcite / noi costruiremo con nuove assi / dove la parola non è pronunciata / noi edificheremo con nuova voce».

Giuseppe Del Signore

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