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E così i dazi al 20% per l’Ue sono realtà e si aggiungono a quelli universali al 10% e a quelli specifici per acciaio, alluminio e automotive al 25%. «Odio soltanto dover salvare di nuovo l’Europa». «Condivido il tuo disgusto per l’Europa che se ne approfitta gratis». «Penso che gli europei siano dei parassiti».
IL CASO Forse bisogna partire dalla chat su Signal svelata da “The Atlantic” per discutere dei dazi che sono operativi a partire da questa settimana e che costringono le aziende europee, quindi anche quelle vigevanesi e lomelline, a ripensare il proprio posizionamento sui mercati. Il vice presidente Vance, il segretario della Difesa Hegseth e il presidente Trump – che sulla chat non c’era, ma ne ha nella sostanza fatto suoi i contenuti – hanno chiarito lo sguardo con cui gli Stati Uniti guardano all’Unione europea. A sorprendere non sono tanto le parole – Trump aveva già affermato in conferenza stampa che l’Ue «è stata formata per fregarci» – ma l’inconsueta coerenza tra discorso pubblico e discorso privato dei politici statunitensi, tale da avere perfino un merito: toglie ogni velo di ipocrisia nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico non sotto la presidenza Trump, ma almeno a partire dalla presidenza Obama («fuck the Eu» Victoria Nuland dixit).
IRONIA Gli Usa non sono più disposti a consentire che i «parassiti» europei – e qui l’ironia è che il messaggio si rivolge in primis alla Germania, c’è sempre qualcuno più “frugale” di te – beneficino gratis, dal loro punto di vista, dei vantaggi che l’impero americano ha fin qui garantito alle sue “colonie” in Europa occidentale: vale per la difesa (il contributo alle spese Nato), vale per il sistema economico, con l’aggravante che agli occhi del neoliberismo digitale di Musk e soci l’Ue rappresenta una “potenza regolatoria”, nemesi rispetto all’assenza di barriere e regole che è uno degli assunti fondativi della Silicon Valley (a meno che non si tratti di fermare il cinese TikTok e affini). In un certo senso allora il secondo avvento di Trump potrebbe perfino essere positivo per l’Europa, che pure oltre ai limiti qualche punto di forza lo avrà se è attaccato con così tanta forza da più parti, alla stregua di un “fool shakespeariano”, quel personaggio che nel teatro del Bardo spesso ha il compito di affermare, con allucinata e tagliente follia, la verità. Il benessere “gratuito”, cioè quello senza essere parte attiva dei processi storici, è finito, gli europei sono disposti a pagare il prezzo – il dazio – per mantenere il loro status? Matteo Re nel suo “Mappamondo” spiega in maniera precisa qual è il costo di un’integrazione reale per un gruppo di paesi che non sono gli “Stati Uniti” d’Europa in parallelo a quelli d’America (rispetto a questi ultimi non condividono un elemento fondamentale, identitario e culturale insieme, la lingua). Dentro questo discorso c’è tutto, anche l’economia: cosa cambia con i dazi per le aziende lombarde? Cerchiamo di scoprirlo nel primo piano di questo numero.
ESPORTAZIONI Secondo il Centro studi di Assolombarda «le esportazioni lombarde verso gli Stati Uniti sono state pari a 14.2 miliardi di euro nel 2023, l’8.7% del totale export lombardo (163 miliardi di euro). Gli Usa sono stati così il primo partner commerciale extra-europeo della Lombardia e il terzo a livello globale, dopo Germania e Francia. Nei primi 9 mesi del 2024, questa quota è scesa all’8.2%: rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente il valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti è sceso di 203 milioni di euro (-5.7%), mentre le esportazioni verso il resto del mondo sono rimaste stabili». Dal 2000 le esportazioni lombarde verso gli Usa sono più che raddoppiate, anche se con una crescita inferiore a quella dell’export totale, mentre l’interscambio arriva a 19.1 miliardi, con 4.9 miliardi di importazioni dagli States; insieme a Toscana ed Emilia Romagna rappresenta «il 50% dell’export italiano» verso gli Usa (2023), anche se per il settore produttivo lombardo «il mercato di sbocco americano vale il 2.9% per la Lombardia nel 2023, meno del 3.2% a livello nazionale»:
Questi dati indicano come la Lombardia […] abbia un legame apparentemente meno pronunciato con il mercato degli Stati Uniti.
Con dei distinguo ovvero che occorre valutare area per area il livello dei dazi e che le cifre presentate sono relative al legame diretto, non considerando i prodotti che passano da altri Paesi né l’impatto che il mercato a stelle e strisce ha su settori produttivi di stati interconnessi con l’economia italiana, primo su tutti quello tedesco delle automobili, che alimenta un imponente indotto al di qua delle Alpi.
ESPORTAZIONE Secondo un’analisi di Repubblica si tratta di un comparto che occupa 170mila persone in 1200 aziende e produce un fatturato di 59 miliardi, di cui più di 1.2 legati all’export verso gli Usa. Assolombarda indica tra gli altri settori più legati alla domanda americana meccanica ed elettronica (32.4% le esportazioni verso gli Usa, di cui il 20.5% nella meccanica, l’8.3% apparecchi elettrici e 3.6% elettronica), chimica e farmaceutica (17% diviso in 9.8% e 7.2%), moda (14.6%, l’8.5% abbigliamento e tessili, 3.3% calzature, 2.8% pelli e cuoio), metalli (12.4%), agroalimentare (8.7%). Accanto a queste “quote” occorre stimare l’indice di esposizione rapportandole alle esportazioni totali; i settori più esposti con gli Usa «sono il sistema moda, l’agroalimentare, la meccanica e gli apparecchi elettrici e la farmaceutica».

DAZI Finora ogni merce era esposta a tariffe diverse, con una media che nel 2022 era del 3.1% svariando dallo 0.2% del legno al 10.3% dei prodotti tessili con l’agroalimentare attestato anch’esso intorno al 10%. Da questa settimana è attivo il 25% sulle auto (componentistica e ricambi inclusi) e c’è attesa per le decisioni su semiconduttori, legname e farmaci, mentre mercoledì ne sono stati introdotti a livello mondiale su XXX . La risposta dell’Ue è stata illustrata martedì dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen davanti a un Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, ma desolatamente vuoto nel momento del suo discorso: «L’Europa non ha iniziato questo scontro. Non vogliamo necessariamente vendicarci. Ma se sarà necessario, abbiamo un piano forte per vendicarci e lo utilizzeremo». Un piano elaborato da un’Ue «affidabile, prevedibile, aperta al commercio» che su queste basi si propone ad altri mercati (accordo Mercosur, Messico, Svizzera, Sud Africa, Indonesia e Thailandia, fino al summit dell’Asia centrale che si tiene a Samarcanda in questi giorni) e si prepara ad affrontare le sfide interne a partire dalle proposte sulla competitività europea di Mario Draghi ed Enrico Letta su cui, ha detto von der Leyen, «abbiamo un forte consenso». La presidente ha spiegato che
secondo il Fmi, le barriere del mercato interno europeo sono equivalenti a un dazio del 45% per la manifattura e del 100% per i servizi. Questo semplicemente non può essere. Questo deve cambiare ora.
PROSPETTIVE In attesa della risposta comunitaria bisognerà valutare la durata dei dazi, cioè se saranno temporanei o permanenti, e l’impatto: «Nel caso di nuove tariffe uniformi – scrive sempre il Centro studi – su tutti i comparti, i settori più colpiti sarebbero dunque legno, chimica e farmaceutica, meccanica ed elettronica, metalli e mezzi di trasporto. Viceversa, l’agroalimentare e i comparti del sistema moda subiscono già dei dazi significativi, e potrebbero quindi essere esentati da ulteriori tariffe (almeno in parte), ma a livello lombardo sono anche quelli geograficamente più esposti al mercato nord-americano». Non tutte le categorie merceologiche poi sono esposte allo stesso modo a un aumento dei prezzi: se Ferrari ha già annunciato l’aumento del 10% del listino Usa e se aziende che producono merci indispensabili per quelle americane o per i consumatori potranno risentirne di meno (forse addirittura aumentando il fatturato), per altri beni è prevedibile che siano sostituiti da prodotti meno costosi, soprattutto nell’agroalimentare. Con tutti questi fattori ancora da ponderare, le prime stime vedono un “costo” per l’economia regionale tra i 2 e gli 11 miliardi di euro.
IL CONTESTO Certo è che sembra chiudersi una fase storica. L’Europa occidentale dal 1945 al 2001 ha potuto godere di una finestra temporale eccezionale nella storia dell’umanità, un periodo di prosperità, sviluppo economico e sociale, benessere e pace per il quale non ha dovuto far altro che accettare l’ombrello – protettivo e direttivo a un tempo – statunitense, anche se a volte questo confliggeva con le aspirazioni nazionali (si pensi per l’Italia ai tentativi, da Mattei a Craxi, di un posizionamento autonomo). L’11 settembre (seguito da crisi del 2008, pandemia, conflitto russo-ucraino e di nuovo israelo-palestinese) ha interrotto l’illusione della «fine della storia». Ora Trump ha suonato la campana: la Ue, gli stati, le classi dirigenti, i cittadini dovranno decidere nei prossimi mesi su che basi rifondare l’integrazione europea (oggi agli occhi di tutti bloccata, a partire dall’unanimità) oppure se assistere al lento declino che potrà relegare il Vecchio Continente al rango di secondo o terzo mondo. Non è la prima volta che una civiltà declina, chi viveva nell’impero ottomano tra XVIII e XIX secolo non pensava che sarebbe diventato nel volgere di poco il “malato d’Europa”, lo stesso ragionamento vale per la Cina dei Qing in cui a inizio ‘800 era difficile immaginare il «secolo dell’umiliazione» o per l’impero romano e così via.
Giuseppe Del Signore

