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«Puntare ai bisogni primari dei cittadini, cercando di azzerare il divario tra persone e famiglie». Un’ambizione tanto nobile quanto importante da portare avanti affinché si arrivi a “una nuova dimensione di cura”. Questa la considerazione espressa nel documento “Riflessioni e proposte in vista delle prossime elezioni amministrative e politiche europee” della diocesi di Bergamo. Documento nel quale si analizza anche il tema della “prossimità e cura”, con un’attenzione particolare al sistema sociosanitario.
UGUAGLIANZA Diritto inalienabile dei cittadini, quello alla salute rimane argomento centrale nell’Italia post-pandemia. Disagi, liste d’attesa e, talvolta, casi di malasanità, che ledono il diritto di tutti i cittadini, ma soprattutto di coloro che non hanno la possibilità di accedere a servizi ed esami privatamente, costituendo una doppia iniquità. «In questa direzione è importante che gli amministratori locali facciano pressioni sul sistema sociosanitario – si legge nel documento – sia per garantire un reale diritto di accesso alle cure sia per riconoscere pienamente la specificità del terzo settore». Un’uguaglianza sanitaria che ancora oggi non è tale, ma che può essere raggiunta attraverso il coinvolgimento di “un terzo soggetto”.
Il “privato” non è tutto uguale – si continua nel documento della diocesi bergamasca – e occorre riconoscere anche formalmente un terzo soggetto tra pubblico e privato, agevolando le organizzazioni che non operano per il profitto, con forme di collaborazione che semplifichino i processi e le regole.
DISUGUAGLIANZA Se i presupposti per una presa di coscienza dei problemi ci sono, coinvolgendo anche tutte quelle realtà “no-profit” che operano nel sociosanitario, metterli in pratica può essere più difficile di quanto si creda. Anche in un territorio come la Lomellina, disagi come le liste d’attesa sono all’ordine del giorno. Complici la scarsità delle risorse destinate all’assistenza, la carenza di personale ed eccessive prescrizioni legate alla cosiddetta “medicina difensiva”, le aziende ospedaliere si trovano “costrette” a fissare visite ed esami specialistici con lunghi tempi d’attesa. Un fenomeno che alla fine costringe a rivolgersi alla sanità privata, per chi se lo può permettere, o a rinunciare a visite ed esami per chi non ha le possibilità economiche.
SANITARI Se da un lato si tende quindi a puntare il dito contro i medici e le strutture ospedaliere quali capri espiatori, dall’altro lato anche il personale sanitario si ritrova a far fronte ad altri problemi. A monte dei tempi d’attesa vi sono carenze economiche e di personale, quest’ultime legate a un rapporto lavoro-remunerazione non adeguato. Soprattutto dopo gli anni della pandemia, sono sempre più i medici che scelgono di lasciare l’Italia per abbracciare la propria professione all’estero oppure che preferiscono la libera professione, come gettonisti o nel privato. Una scelta legata innanzitutto a una migliore situazione remunerativa e a orari di lavoro meno stressanti, ma che non fa che inaridire la sanità pubblica, col risultato di bandi di assunzione che vanno deserti o di professionisti che rinunciano poco dopo aver assunto l’incarico (in particolare nella medicina d’urgenza e tra gli anestesisti).
Rossana Zorzato

