Vivere in una corsa continua, dove anche il minimo rallentamento sembra fuori luogo. L’impazienza, più che un difetto caratteriale, sembra essere diventata una vera e propria condizione collettiva. E a sottolinearlo è la psicologa clinica Mariacristina Migliardi, che invita a guardare oltre l’apparenza.
INCERTEZZA «Abbiamo perso la capacità di sostare nel dubbio. L’incertezza richiede attesa e oggi tollerarla è sempre più difficile». Secondo la specialista, la spinta costante verso risposte immediate non nasce solo dalla tecnologia che rende tutto più rapido, ma da un modello culturale ormai radicato nella società contemporanea. «Viviamo in una società che premia l’efficienza —continua Migliardi — Fare molte cose contemporaneamente è percepito come un valore e diventa quasi un criterio per misurare se stessi e quando non riusciamo a tenere il passo, ci sentiamo inadeguati». La conseguenza è una mentalità che trasforma il tempo in una risorsa da comprimere, invece che in uno spazio da abitare.
FRENESIA E in questo la tecnologia, che potrebbe alleggerire il carico, spesso sembra amplificare la pressione sociale. Basti pensare alle riunioni online che si susseguono senza pause, alla disponibilità costante, alla possibilità di prenotare e acquistare qualsiasi cosa in pochi secondi. Tutte attività che alimentano la stessa logica, quella del “tutto e subito”.
Non è l’intelligenza artificiale a cambiarci — sottolinea Migliardi — ma l’uso che facciamo degli strumenti che favorisce una mentalità prestazionale.
Una deriva descritta anche dal giornalista Davide Mazzocco nel libro Cronofagia, dove denuncia i ritmi imposti da un sistema capitalista che chiede di produrre e consumare senza sosta. Eppure i ritmi naturali dell’essere umano non coincidono con quelli del mercato. «Un tempo le giornate erano scandite dalla luce, dalle stagioni, dai limiti del corpo — ricorda la psicologa — Oggi abbiamo l’illusione di controllare tutto, persino il tempo. Ma non è così. Il tempo passa comunque e non torna indietro». Il rischio è quello di accorgersi tardi di aver trascurato relazioni, affetti, passioni. Tutta una serie di aspetti che non si possono recuperare con la stessa rapidità con cui si spedisce un messaggio.

DISTRAZIONE L’impazienza però non nasce solo dalle pressioni esterne. A volte è un meccanismo di difesa. «La frenesia può diventare un modo per non sentire emozioni difficili, come vuoto, depressione, tristezza o rabbia — spiega Migliardi — Ci si tiene in costante movimento per non incontrare ciò che fa paura, ma non è una soluzione». Il risultato è spesso un corpo sovraccarico, con insonnia, cortisolo elevato e infiammazione. Indicatori fisici di una tensione mentale che non trova tregua. Per questo, recuperare un rapporto più sano con l’attesa è quindi una scelta necessaria. Il tutto grazie a piccole pratiche possibili. Tra queste, «rispettare i ritmi del sonno, ritagliarsi momenti di vera pausa, dedicarsi alla respirazione, alla mindfulness o allo yoga». Perché «è nei momenti di ozio che emergono le soluzioni più creative».
GIOVANI Ma uno spiraglio arriva dalle generazioni più giovani che sembrano aver ripensato il proprio rapporto con il tempo. Una sfida sempre più attuale, secondo cui rallentare non significa perdere terreno, ma riconoscere ciò che merita davvero tempo, cura e presenza. «Nella generazione di giovani tra i venti e i trent’anni vedo una nuova attenzione alla qualità della vita — conclude la specialista — Alcuni rinunciano a opportunità di carriera pur di preservare il tempo libero. E questo è un segnale importante, perché la qualità della vita conta tanto quanto l’affermazione personale».
Rossana Zorzato


