Testimoni in corsia/1: «State a casa e donate»

Medici e personale sanitario sono alla ribalta in positivo nell’epidemia da coronavirus. Se i camici bianchi godono di riconoscimento sociale anche in condizioni ordinarie, l’emergenza sta facendo conoscere e apprezzare la professionalità di tutte le altre figure professionali che operano nel settore sanitario, di cui spesso si ignora o sottovaluta il contributo alla salute delle persone. Marco Rossi – il nome è di fantasia – è un infermiere in servizio in una realtà ospedaliera del territorio vigevanese e lomellino, da tre settimane al lavoro a ritmo serrato per fronteggiare la situazione, e non nasconde che «lavoriamo sotto pressione perché l’emergenza è totale». «Gli ospedali sono in difficoltà – racconta – tante strutture che non erano pronte per l’arrivo di una emergenza di questa portata si stanno riorganizzando al meglio per dare aiuto ai pazienti, che sono problematici dal punto di visto clinico e richiedono una grandissima assistenza infermieristica». E mettono sotto pressione i reparti, anche perché

come detto da vari medici rianimatori i posti nelle terapie intensive sono limitati, non sono infiniti! Ho letto sui social di diverse iniziative di raccolta fondi per potenziarle, questa è una bella e buona cosa per dare una mano a una realtà che sta soffrendo

Un altro modo per aiutare è rispettare le prescrizioni delle autorità, «per questo motivo bisogna rimanere a casa, anche i cittadini possono aiutare seguendo le indicazioni del Governo». Restare nella propria abitazione serve a evitare che si diffonda il contagio e che un numero troppo elevato di soggetti abbia bisogno di essere ricoverato nello stesso momento, tenuto conto che l’atmosfera che si respira tra le corsie è di tensione permanente.

Le sensazioni sono brutte si cerca di fare il meglio possibile rimanendo consapevoli che potrebbe non bastare vista la vera e propria emergenza sanitaria che stiamo affrontando

I reparti di degenza sono stravolti per far fronte a questi pazienti che devono essere gestiti in un modo completamente diverso dal paziente a cui magari si è abituati in quel reparto, penso al paziente chirurgico o a quello ortopedico… ovviamente si aggiungono anche ansia, stress e paura perché c’è il timore di portare a casa qualcosa che potrebbe essere dannoso per i nostri familiari». Cioè di trasmettere il coronavirus: «Il rischio principale – ammette l’infermiere – è quello di contagio perché, nonostante tutti i dispositivi di protezione individuale, lavoriamo in un ambiente che di per sé è fonte di infezioni, sono famose le cosiddette infezioni ospedaliere; in questo caso il rischio è ancora maggiore perché parliamo di un virus che ha un’alta virulenza e che non conosciamo. Nonostante tutte le indicazioni di prevenzione, siamo a contatto con molte persone, dai colleghi ai pazienti, che sulla carta non sono positivi, ma potrebbero anche esserlo. Con questi pensieri, lavoriamo al meglio delle nostre possibilità e anche di più, affrontando turni massacranti per evitare qualsiasi problema e per pensare al bene del paziente e delle persone in generale». Non un comportamento da “eroi”, come in Italia si tende a dipingere chiunque faccia il suo dovere senza pensare al tornaconto personale, ma senso di responsabilità, come conferma Rossi, secondo cui

medici, infermieri, oss… non siamo eroi, perché quando sarà tutto finito saremo nuovamente snobbati, insultati, minacciati; le persone dimenticano presto il bene che si fa

Siamo dei professionisti che svolgono la propria professione al meglio delle proprie possibilità. Da soli però non ce la facciamo, abbiamo bisogno dell’aiuto e della collaborazione di tutti».

Giuseppe Del Signore

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