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La convinzione di essere in rete con tutto il mondo, quando invece si è sempre più isolati e chiusi in sé stessi non è un problema solo dei giovani.
ISOLAMENTO Con una popolazione anziana in ascesa (in Italia gli over 65 sono il 24% degli abitanti totali) e un numero sempre più alto di essi a utilizzare dispositivi digitali, diventa sempre più concreto il rischio che gli stessi sviluppino una qualche forma di dipendenza da smartphone, come già attestato in altri paesi sviluppati. Un’indagine del Pew Research Center stima come negli Usa il 31% degli adulti sia costantemente online, con ripercussioni sulla salute mentale e il benessere sociale: rischio di isolamento, cali di attenzione, ma anche problemi fisici come quelli alla vista (provocati dalla cosiddetta “luce blu” degli schermi) e alla postura. Qualunque millenial ha aneddoti buffi su genitori, amici e colleghi che chiedono supporto per quesiti surreali, dalla madre che chiama allarmata per denunciare la scomparsa di Google al collega che domanda se quel video su TikTok, dove un ragazzo indiano si trasforma in una tigre tra gli applausi scroscianti di un talent show, sia reale. Ma dietro la facile risata, esiste sempre il problema che una persona possa sentirsi spaesata di fronte a uno strumento che o non sa usare o che usa in maniera impropria.

COSA USANO Ma i “boomer”, cosa usano su uno smartphone? Non è facile tracciare un profilo tipo: molto dipende dall’età, dalla vicinanza o meno di persone che possano aiutare nel primo approccio, dalle esigenze irrevocabili (d’altra parte si fa di necessità virtù), dal contesto sociale e geografico. In generale si può dire che prevalgano le app considerate utili e la cui funzione è facilmente compresa: come Whatsapp, che serve semplicemente a mandare messaggi (anche se è sempre più usata anche nella sua funzione più “social” con la condivisione di stati e contenuti) e a tenersi in contatto con amici e parenti; YouTube, dove ascoltare musica e guardare video; la fotocamera e la galleria di immagini, benché non siano percepite realmente come app; i browser, come Chrome o Safari, dove le ricerche spesso sono poste come domande a un interlocutore digitale e onnisciente. E poi ci sono i social (Facebook su tutti), le app di servizi come banche, Posta e sanità. Ma qui cominciano i problemi, con utilizzi meno intuitivi e funzioni distanti dalla tradizionale interfaccia umana: e di conseguenza, spesso all’avvio dell’app parte la chiamata al figlio, al nipote, al vicino di casa o al collega “tecnologico”.
Alessio Facciolo



