Tra chi ha partecipato all’indagine de L’Araldo emergono in maniera netta due aspetti: la stanchezza e la soddisfazione. Se il 28.6% si dichiara molto stanco e il 17.9% abbastanza, solo il 7.1% lo è per nulla e il 14.3% poco, cioè quasi metà segnala un elevato grado di spossatezza; allo stesso tempo il grado di realizzazione è molto elevato per il 42.9% del totale, abbastanza per il 39.9%, nullo per nessuno e scarso solo per il 3.6%. In modo analogo la motivazione nell’azione pastorale è grande per il 39.3% o comunque ben presente (35.7%), solo il 3.6% è del tutto demotivato e un altro 3.6% lo è in minima parte, anche se occorre segnalare che per il 28.6% la motivazione stessa, per quanto grande, è diminuita nel tempo.
PRENDERSI CURA Né questa dimensione né la fatica sembrerebbero legate alla solitudine, dato che il 25% non la avverte affatto e il 42.9% lo fa poco, ma è pur vero che un 17.9% resta equidistante, che il 3.6% ammette di sentirla in parte e il 10.7% molto. Allo stesso modo non pare una questione di “adeguatezza” rispetto al ruolo che si svolge, perché il 14.3% si ritiene molto adeguato e il 42.9% molto, eppure c’è anche un 42.9% che non si sbilancia su una domanda in cui era prevedibile che prevalessero le risposte positive. Dove invece c’è meno necessità di leggere tra le linee è per i quesiti relativi al tempo, che non è abbastanza: se il 46.4% ha per sé qualche ora al giorno e il 7.1% almeno un giorno alla settimana, il 32.1% ha qualche ora ogni tanto, il 14.3% può dedicare del tempo a se stesso saltuariamente. Si profila anche una garbata richiesta di privacy, il 10.7% ritiene che non sia tutelata, il 25% che lo sia poco, il 42.9% si pone nella media, appena il 10.7% la valuta tutelata in parte e il 3.6% del tutto. Non stupisce perciò che nel tempo libero il 42.9% avverta l’esigenza di allontanarsi dal “luogo di lavoro” (la parrocchia) e il 35.7% trovi requie nella casa parrocchiale. Cosa si fa in questi momenti? Attività culturali (35.7%), sportive (32.1%), viaggi (21.4%), incontri con altre persone (53.6%).
RAPPORTI PERSONALI Ma chi sono gli amici? Per il 57.1% anche altri presbiteri, ma non molti, per il 32.1% diversi, per il 10.7% nessun “collega”. Tra questi e quelli che nella vita fanno altro, ce ne sono con cui ci si lascerebbe andare a confidenze importanti? Per il 64.3% sì, ma non sono più di due, per il 28.6% ce ne sono alcuni, per il 7.1% non c’è nessuno. Così, in caso di difficoltà personale, il 75% ne parlerebbe con un amico, il 39.3% con un professionista (ad esempio uno psicoterapeuta), il 35.7% con un superiore, il 17.9% con un familiare, il 3.6% con nessuno. Per quanto riguarda i superiori è interessante notare che quasi metà ha un rapporto positivo con questi ultimi, circa un terzo neutro, un quinto negativo. Più aperto il rapporto con i professionisti, il 38.3% nella si è rivolto almeno una volta a uno psicologo o a uno psicoterapeuta, una percentuale molto più alta di quella della popolazione generale. Una sensibilità dovuta anche al fatto che il 71.4%, nel percorso in Seminario, non ha fatto formazione alla vulnerabilità e ritiene che bisognerebbe introdurla (il 21.4% è di parere opposto).
PARROCCHIANI Tornando all’ambito lavorativo / comunitario, per il 57.1% la parrocchia è formata anche da amici, per il 50% è un luogo accogliente, per il 42.9% è viva tutto l’arco della settimana, per il 39.3% è attiva anche nell’organizzare momenti di incontro, ma per il 17.9% è poco attiva e per il 7.1% è un posto in cui ci si sente soffocati. Grosso modo la stessa percentuale che ha con i fedeli un rapporto conflittuale o inesistente, mentre il 40% di fatto si ferma a un rapporto formale-istituzionale e il 35.7% lo definisce affettuoso; è positivo per il 71.4% e sereno per il 64.3%.
CARICO DI LAVORO Un ostacolo alle relazioni interpersonali potrebbe essere costituito dal fatto che il 35.7% ha due-tre parrocchie diverse di cui occuparsi, il 17.9% quattro-cinque, il 10.7% otto o più (il 28.6% una sola), il che vuol dire che il 67.9% è impegnato sette giorni su sette, il 14.3% cinque o sei e il 14.3% uno o due. A livello di ore giornaliere trascorse nell’attività pastorale, il 32.1% ne fa da cinque a otto, il 28.6% da otto a dodici, il 25% più di dodici, il 14.3% da una a quattro.
BRASILE, FRANCIA, ITALIA Cucci, nel suo articolo su “La Civiltà Cattolica” citato in apertura, presentava poi i dati del Brasile, che tra il 2018 e il 2021 ha conosciuto un aumento dei suicidi tra i sacerdoti tale per cui la Conferenza episcopale italiana ha avviato degli approfondimenti:
Gli esperti consultati indicano l’eccesso di lavoro, la mancanza di svago, la solitudine e la perdita di motivazione tra i possibili fattori che portano alcuni religiosi al suicidio. E anche l’accusa di abusi.
In Francia un’indagine pubblicata nel 2020, con la partecipazione di 6400 preti, ha restituito un quadro articolato: «La media di lavoro è di 9.4 ore al giorno […] per molti non ci sono giorni di riposo […] ma emerge soprattutto una situazione di isolamento». In Italia uno studio analogo interessò Padova nel 2005 (all’epoca diocesi con 806 sacerdoti): «Dalle interviste emergono 2 gruppi numerosi (124 preti ciascuno) antitetici: per il primo gruppo «va tutto bene», mentre il secondo si sente «bruciato», con alti livelli di depressione, mancanza di coinvolgimento e bassa realizzazione personale […] Un grado di istruzione superiore – dottorato, vita universitaria – sembra fornire una maggiore protezione nei confronti delle problematiche della vita, incrementa gli interessi e la curiosità di conoscere».
Giuseppe Del Signore



