Lunedì, nella chiesa di San Francesco, c’è stato il funerale della moglie Mariuccia. Mercoledì, a San Pietro Martire, il suo ultimo direttore, don Emilio Pastormerlo, ha celebrato le esequie funebri a San Pietro Martire in una chiesa stracolma. Vittime del Covid entrambi, lui e sua moglie, sono morti quasi insieme. Cesare Vietti era il decano dei giornalisti vigevanesi. Il “mestieraccio” lo faceva da oltre mezzo secolo e, fino ad un paio d’anni fa, era una delle penne di punta del nostro giornale. Per anni ha fatto il giornalista sportivo per l’Informatore Vigevanese, scrivendo non solo di sport. All’Araldo era diventato lo specialista di una delle pagine più lette del giornale, quella dell’intervista. Entusiasta, scrupoloso e grande appassionato del suo lavoro era il “ragazzo” della redazione, nonostante la sua grande esperienza e il fatto di essere ultraottantenne. Non si tirava mai indietro, era entusiasta, spiritoso e sempre propositivo. Negli ultimi tempi, le vicissitudini della vita lo avevano un po’ frenato. Ha lasciato la redazione in “punta di piedi” con la promessa tacita di ritornare appena la salute glielo avrebbe permesso. Era un giornalista, come ha ricordato don Emilio nell’omelia, che sarebbe piaciuto a Papa Francesco: un vecchio cronista che faceva ancora il mestiere più bello del mondo con la suola delle scarpe.
Il direttore, gli amici e i colleghi della redazione si stringono intorno alla numerosa e bella famiglia di Casere in questo particolare passaggio della loro vita, condividendo il loro dolore e porgendo le loro più sentite condoglianze.
1. «Lei, dottore» la formula che svelava uno stile
«Lei, dottore…». Se una certezza avevamo in redazione era che, al momento di “passare” la tua intervista, l’attacco sarebbe stato quello. Con qualche variante dovuta al genere e al titolo di studio dell’intervistato, ok, ma ci siamo capiti. Quel “lei”, così forbito, così distaccatamente rispettoso, era diventato un po’ un nostro tormentone, un “giochetto” al quale ti prestavi volentieri, difendendo a spada tratta come un tratto distintivo l’utilizzo di quel pronome così altezzoso. Noi, lo ammetto, in maniera bonaria un po’ ti prendevamo in giro per quello stile così d’antan, da giornalista d’altri tempi. Altri tempi di cui, con noi, discutevi sempre volentieri: la Vigevano d’una volta, quella dei Martelloni, dei “Giovani” biancocelesti, degli industriali, dei parolieri, una città rombante e dinamica, piena di personaggi larger than life che il più delle volte rientravano tra le tue conoscenze ed erano protagonisti di mille aneddoti (non tutti, va detto, adatti alle pagine di un settimanale diocesano).
Ma limitare Cesare Vietti a “quello dell’amarcord”, sarebbe oltremodo riduttivo: sempre curioso e propositivo nonostante l’età non più verdissima, ti lanciavi in ogni nuovo pezzo (anche quelli sbolognati dagli altri all’ultimo momento) con il tuo consueto stile: garbato ma pungente, con l’aria un po’ sorniona di chi sembra passare di lì per caso e, sempre per caso, annota tutto sul suo taccuino, con la sua grafia sottile. Eri orgoglioso del tuo lavoro e della tua famiglia: di Lele, per il quale avevi combattuto battaglie impensabili ai tempi in cui l’avevi fatto, di tutti i tuoi figli e nipoti, di tua moglie Mariuccia, «una donna incredibile» come ripetevi spesso, e che ha condiviso la tua sorte pochi giorni prima di te, a causa del Covid. Una brutta “bestia”, che ci ha impedito di salutarti come avresti meritato, magari stappando una di quelle Magnum di spumante clamorose che portavi sempre per i brindisi natalizi. Forse per celebrarti dovremmo parlare di momenti gloriosi, ma alla memoria ci tornano istantanee della vita di redazione di tutti i giorni: quando ti presentavi come «un povero vecchietto» per farti passare al telefono qualcuno di reticente; quando ti s’inchiodava il computer e non sapevi più che pesci pigliare; quando invece ti sedevi sulla scrivania in corridoio, con davanti uno dei tuoi tanti intervistati, pronto a raccontare una bella storia. Ma forse è meglio così: ricordarti in questo modo è come averti ancora in redazione, a fare quello che amavi. A modo tuo, come sempre.
Alessio Facciolo
2. Quelle chiacchierate tra la scrivania e un caffè
Caro Cesare, ti scrivo dalla nostra scrivania all’Araldo, quella che ti cedetti quando arrivasti in redazione e che sono tornato a occupare negli ultimi mesi. Ricordo quando alle partite della pallanuoto ti avevo identificato come un signore distinto, un collega educato e discreto che all’arrivo ti stringeva la mano e ti salutava con gentilezza, ripetendo quel gesto anche al momento di congedarsi. Tra un caffè e l’altro, che per te è sempre stato un rito sacro, ci siamo conosciuti finché mi hai proposto di aiutarti nell’attività di ufficio stampa della Beato Matteo. Tre anni fianco a fianco, io al pc e tu a chiedermi come funzionava questo o quell’altro programma con l’interesse di chi è all’inizio del suo percorso professionale, contraccambiando con aneddoti e storie di Vigevano; attraverso le tue parole antiche e affezionate la città riviveva, dalle «grandi famiglie» a cui sognavi di dedicare una rubrica al Vigevano Calcio, tuo grande amore. Naturalmente davanti a un caffè, anche perché di questa bevanda condividevi due caratteristiche, l’effetto rinfrancante, attraverso qualche episodio curioso di questo o quel personaggio, di cui sapevi mescolare con sapienza pregi e difetti, e il sapore amaro, quando ritornavi con malinconia a momenti e persone a cui eri molto legato come Vito Pallavicini. Ma pure il calore, che si riconosceva nella passione con cui parlavi delle cose a cui tenevi di più e nella durezza con cui ti arrabbiavi quando ritenevi che qualcuno ti mancasse di rispetto; l’offesa che proprio non accettavi era quella di «giornalista da corsa» e ancora mi chiedo che cosa volesse dire e perché ti desse così tanto fastidio.
Tuttavia affiorano anche altri ricordi, più intimi, quando ti spostavi dalla città al racconto della tua famiglia, in particolare di Gabriele e di Giulia, per cui avevi (hai) un posto speciale nel cuore. Le parole commosse con cui mi hai spiegato come Lele è entrato nella tua vita e del tempo di cui hai avuto bisogno per passare dalla paura alla consapevolezza di aver ricevuto un grande dono; quelle preoccupate con cui guardavi a un futuro in cui tu a Mariuccia non ci sareste stati più per prendervi cura di lui e speravi che i tuoi figli e nipoti facessero quadrato come avevi sempre voluto sin da quando era bambino. Oggi quel giorno è arrivato e sono convinto che il tuo piano funzionerà.
Oltre che nell’ufficio stampa e all’Araldo, mi sei stato accanto anche in AssoRolandi, pur non facendo parte del direttivo ci hai sempre sostenuto, sia con consigli sia facendoti carico di alcune delle incombenze che non riuscivamo a seguire. Nel corso degli ultimi mesi sono diversi i compagni che hanno accompagnato questo percorso e che sono morti, come Cesare Barbieri, Ezio Sartoris e Antonello Borsani, spero che ora tu sia impegnato con loro in qualche riunione di redazione celeste.
Giuseppe Del Signore
3. Il ricordo di Sergio Calabrese
Il mondo del giornalismo lomellino piange una delle firme storiche che per oltre mezzo secolo ha raccontato, sempre con grande onestà intellettuale, la città ducale con le sue luci e le sue ombre. Il suo modo di descrivere la cronaca, l’attualità, la politica e tutto ciò che accadeva nella sua Vigevano era sempre improntato alla ricerca della verità. Nei report di Cesare Vietti non vi era mai la ricerca di inutili scoop, ma soltanto i fatti. I fatti, in tutta la sua (a volte) scomoda verità. Vietti è morto a causa del Covid che lo aveva colpito nelle scorse settimane. Assieme a lui era stata contagiata anche la sua amata moglie Mariuccia. Il decano dei giornalisti lomellini è mancato nella notte di lunedì, poche ore prima del funerale della sua compagna di una vita. Anche negli ultimi anni della sua esistenza Cesare Vietti ha continuato, con immutata passione civile e professionale, a svolgere il suo lavoro di «modesto cronista di provincia» (come si definiva lui). Lasciato l’informatore, Vietti ha continuato a scrivere e a raccontare per l’Araldo Lomellino i tanti personaggi del passato e del presente che hanno portato in giro per il mondo il nome della città di Ludovico il Moro.
«Io sono stato un uomo fortunato», diceva Cesare, «la vita è stata generosa con me; ho una famiglia meravigliosa e un mestiere, quello del giornalista, che sin da piccolo mi affascinava E poi c’è il mio Lele, diceva con orgoglio Cesare, che è la colonna della nostra famiglia». Già Gabriele, il pluricampione Special Olympics dagli occhi azzurri che ha riempito la sua bacheca di trofei vinti in giro per il mondo. Il giornalismo lomellino, con la scomparsa di Cesare Vietti, una delle firme più prestigiose del nostro territorio, da oggi sarà più povero. Vietti è stato un cronista che con il suo stile garbato, mai urlato e mai sensazionalistico, ha raccontato più di mezzo secolo di vita del nostro territorio. Ha narrato lo sport vigevanese, calcio in primis, e poi la cronaca, l’attualità, la politica, i vizi e la “grandeur” della città di Ludovico il Moro; la città che faceva le scarpe al mondo. E poi il dramma del benzolo e i venti di crisi che cominciavano a soffiare sotto la Torre del Bramante. Vietti raccontò anche questo periodo che vide improvvisamente la Capitale della calzatura precipitare in una crisi irreversibile. Leggendo e rileggendo i suoi articoli di quel tempo, vi è nei suoi scritti il rammarico dell’Eldorado perduto. Vigevano non faceva più le scarpe al mondo. Cesare Vietti nel corso della sua brillante carriera è stato anche uno storico collaboratore della Gazzetta del Popolo. Inviato a Monaco di Baviera nel 1972 per raccontare le XX Olimpiadi, descrisse invece, attraverso i suoi puntuali reportage, il dramma dell’assalto dei terroristi Feddayyin al villaggio olimpico dove era alloggiata la delegazione israeliana. L’assalto costò la vita a 17 atleti Israeliani e cinque terroristi.
Chi scrive queste note ha il rammarico di avere conosciuto il giornalista, ma soprattutto l’uomo Cesare Vietti soltanto qualche lustro fa. La nostra amicizia inizia nel 2007 in occasione della stesura del libro “Il Vito di Vigevano”. Un volume voluto fortemente dalla famiglia Pallavicini. Cesare era entusiasta di questo progetto, al quale collaborò un altro intellettuale dimenticato; il vigevanese scrittore e piccolo editore Franco Fava. Il volume usci nel 2008 ed ebbe un grande successo di pubblico e di critica. Prendendo spunto dal libro fu allestito uno spettacolo al teatro Cagnoni dedicato al Poeta della parola Vito Pallavicini con la regia di Fabio Coppini, grande amico del genio Pallavicini. Sempre dal libro di Vietti, dedicato all’autore di canzoni immortali quali “Io che non Vivo”, Azzurro, “Le mille bolle blu”, e centinaia di testi che fanno parte della storia della musica leggera italiana, nel 2014 è stato messo in scena al Teatro Verdi di Cassolnovo la pièce teatrale “Un poeta tra le nuvole” interpretato dalla figlia di Vito, Marina (che interpretava se stessa), l’attore Gianni Quillico e nella parte di un credibile Vito Pallavicini il bravissimo attore per una sera, il dr Claudio Merlotti. Voglio concludere questo mio ricordo di Cesare con le parole di suo figlio Gabriele, il suo adorato ragazzo dagli occhi azzurri, che poco prima che Cesare si ammalasse seriamente gli disse: «Papà, non ci saluteremo mai, perché noi staremo sempre insieme. Stai Tranquillo». Addio Cesare, “giornalista gentiluomo”. Ci mancherai.
Sergio Calabrese




