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Nell’anno scolastico in corso sono una trentina le aggressioni ai danni del personale scolastico, già vicine alle 37 del precedente. L’episodio più eclatante è stato l’accoltellamento di una docente dell’Enaip di Varese il 5 febbraio, quasi una replica di quello dello scorso 26 maggio ad Abbiategrasso; accanto spinte, calci, pugni, insulti, minacce a insegnanti, dirigenti scolastici, collaboratori o addetti alla segreteria, cui si aggiungono i casi di violenza e bullismo tra giovani, che sono più numerosi anche se conquistano meno le cronache, se non per episodi di particolare gravità. Segnali di maleducazione individuale, certo, ma anche di un malessere più generale perché a fare da sfondo a questi avvenimenti sono spesso gli istituti comprensivi, i professionali e i tecnici ovvero quelli in cui si concentra il disagio socio-economico. Non a caso la vincitrice di Sanremo canta «muoio senza morire / In questi giorni usati / Vivo senza soffrire / Non c’è croce più grande / Non ci resta che ridere in queste notti bruciate / Una corona di spine sarà il dress-code per la mia festa», che per il giornalista Massimo Bernardini (TvTalk), contattato dal Sir,
non sono versi banali, ma ci dicono cos’è la noia di vivere degli adolescenti di oggi.
SEMPRE VOI Del resto nei professionali, secondo Invalsi, 4 studenti su 5 provengono da famiglie fragili, e in questi così come nei tecnici si contano 3 su 4 di quanti nell’esame di stato 2022-2023 hanno evidenziato una competenza in italiano paragonabile a quella di un ragazzo di terza media, chiaro segnale di dispersione implicita ovvero chi riesce a completare il percorso scolastico, ma ha competenze scarse che renderanno difficile trovare un impiego. In questo ambito in Lombardia il 36.8% dei giovani al termine della secondaria di primo grado si attesta al livello 1 e 2 in italiano – i più bassi – con la provincia di Pavia che è al 36.4% e la media nazionale al 39% (dati 2020-2021). Passando alla seconda superiore e a matematica, nelle scuole di Vigevano il 34.9% non raggiunge il livello 3, a Mortara il 54.5%, a Pavia il 39.7%, a Voghera il 42.2% (dati 2021-2022). Se si guarda all’abbandono scolastico, in Lombardia è all’11.3% (oltre 2 punti sopra il 9% che è il target Ue da raggiungere entro il 2030, ma più basso del dato nazionale), ma ogni territorio fa storia a sé e la Lomellina ne racconta una di uscita precoce dal sistema scolastico: il censimento del 2011 la vedeva come una di quelle con i valori più alti di tutta la Lombardia, a conferma dello status di area interna, con il 100% di residenti a un basso livello d’istruzione a Valeggio, il 62.5% a Ceretto, il 52.4% a Nicorvo, il 42.3% a Breme, il 35.7% ad Albonese, il 34.9% a Ottobiano, il 33.7% a Parona. Per tutti questi motivi il territorio ha beneficiato delle risorse destinate dal Pnrr al contrasto della dispersione (709mila euro a Vigevano, 262mila a Mortara, 107mila a Cassolnovo, 103mila a Gambolò, 94mila a Robbio); non casualmente essere lontani dagli istituti secondari e terziari, con collegamenti non efficaci e un contesto socio-economico negativo, sfavorisce il successo scolastico.
FALSA PARTENZA Lo chiarisce l’indice Escs – “Economic, Social and Cultural Status” – dell’Ocse, il quale si compone di tre dimensioni: Hisei (livello di occupazione dei genitori), Pared (livello di istruzione dei genitori), Homepos (presenza di beni materiali quali un posto tranquillo dove studiare, un computer, una scrivania, enciclopedie, connessione a internet, camera personale). A bassi livelli di occupazione e istruzione di mamma e papà, soprattutto se abbinati all’assenza di strumenti e spazi propri da dedicare allo studio, corrisponde un minore successo scolastico. E’ il caso di quell’80% di studenti dei professionali che provengono da famiglie fragili, contro il 33% dei licei e il 66% dei tecnici. Non si tratta solo di andare bene a scuola, perché il livello d’istruzione determina disuguaglianza ed è forse il più forte predittore di una futura difficoltà nella vita. Se non si proviene da un contesto favorevole a livello sociale, di reddito e dimensione del nucleo familiare (in quelli con più di 3 figli quasi un quarto è in povertà assoluta, con 2 figli il 13.2%, la media è 8.3%), di profilo culturale, il grado d’istruzione è probabilmente l’unica variabile rimasta per cercare di migliorare la propria condizione e i dati dell’Istat indicano che si tratta di un percorso accidentato, più esposto all’abbandono e a risultati scarsi nelle competenze acquisite (perfino quelle digitali, visto che tra 16 e 24 anni ha almeno le competenze di base il 76.6% dei laureati contro il 50.3% di chi non va oltre le medie), cosicché è più frequente la scorciatoia dell’abbandono per affrontare prima il mondo del lavoro; tuttavia nel 2020 la percentuale di giovani occupati con licenza media è scesa al 33.2% rispetto al 51% del 2008 (fonte Openpolis).
IL MINISTERO Pur senza escludere il peso delle storie personali e dei singoli casi, la violenza nei confronti di prof e dirigenti sembra essere un’ulteriore spia del disagio socio-economico e culturale. Bene fa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a dire che «la nostra attenzione si è focalizzata su questo aspetto a partire dall’anno scorso». Nondimeno la soluzione repressiva è inefficace senza variare i fattori di partenza che si sono visti. Al Senato si discute un disegno di legge che prevede l’inasprimento delle pene detentive per aggressione o oltraggio a personale scolastico – sia pure con percorsi formativi, un Osservatorio nazionale e una Giornata dedicata – che avrà effetti sugli aggressori, ma per la prevenzione sembrano più efficaci le iniziative del Pnrr su dispersione, rafforzamento degli asili nido (che consentono di aumentare l’occupazione femminile), edilizia scolastica.
Giuseppe Del Signore

