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Che bisogno c’è di uno speciale dedicato all’8 marzo? In un mondo in cui più della metà della popolazione subisce una qualche forma di discriminazione nell’ambito dei diritti civili, politici, del lavoro o una qualche forma di violenza e in cui tale situazione è strutturale tanto che, al tasso di sviluppo attuale, occorrerà aspettare fino al 2154 per raggiungere la piena parità, ha il valore di un richiamo all’azione in ogni ambito.
Non una festa: la Giornata internazionale della donna nasce per promuovere un cambio di paradigma rispetto alla società patriarcale che ha caratterizzato la storia dell’umanità. Come tale è stata riconosciuta dall’Onu nel 1977 ed era celebrata anche in precedenza in diversi paesi, a partire dalla prima convenzione sui diritti delle donne tenutasi a New York nel 1848 – già nel 1791, in piena rivoluzione francese, Olympe de Gouges aveva pubblicato la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” – e dalla prima ricorrenza sempre negli Stati Uniti nel 1908, anche se la scelta dell’8 marzo è legata alla rivoluzione di febbraio in Russia (paese che nel 1917 seguiva ancora il calendario giuliano), al ruolo delle donne in essa e al riconoscimento dei loro diritti politici.
A distanza di 107 anni un po’ di strada è stata percorsa, ma pensare che possano servirne altri 131 per arrivare alla meta è sconfortante, soprattutto se visto dalla prospettiva di un’Italia che è al 30° posto su 36 paesi europei al 79° su 146 al mondo nel “Global Gender Gap Index”.
L’INDICE Si tratta di un report annuale pubblicato dal “World Economic Forum” che dal 2006 valuta i progressi in quattro ambiti: Partecipazione e opportunità economiche, Risultati educativi, Salute e sopravvivenza, Ruolo politico. Una delle sfide più significative resta la piena partecipazione al mercato del lavoro, visto che nascere donna vuol dire avere maggiore rischio di essere disoccupate, ricevere salari più bassi, arrivare con più difficoltà a posizioni di vertice (pure in ambito politico), una situazione che potrebbe peggiorare se le donne continueranno ad accedere meno degli uomini alla formazione in discipline STEM (Scienze, tecnologia, ingegneria, matematica): ad esempio sono donne solo 3 su 10 di quanti lavorano nell’ambito dell’Intelligenza artificiale e in Italia solo il 16.6% delle donne ha una laurea in quest’ambito (34.5% degli uomini). Al momento nessun paese al mondo raggiunge la piena parità, il migliore è l’Islanda che arriva a un indice del 91.2%, seguita da Norvegia, Finlandia, Nuova Zelanda, Svezia, Germania, Nicaragua, Namibia e Lituania, tutte sopra l’80%.
L’Europa è il continente che raggiunge la media più alta, 76.3%, e uno sviluppo tale da rendere possibile il traguardo della piena parità prima della fine del ventunesimo secolo.
ITALIA A fronte di questi dati stride il caso dell’Italia, che è al 70.5% e perde 16 posizioni proprio nell’anno in cui per la prima volta ha con Giorgia Meloni una presidente del consiglio donna. Ed è proprio sul fronte politico che si registra il peggioramento più sostanzioso, dal 40° al 64° posto, mentre c’è un lieve miglioramento per Partecipazione e opportunità economiche, dove in ogni caso l’Italia è al 104° posto (era il 110°), penultima europea, capace di precedere solo la Bosnia. Rispetto all’istruzione invece il paese si classifica al 60°, mentre per Salute e sopravvivenza è al 95°. Al di là della posizione in graduatoria è significativo, per la percezione che gli italiani hanno della loro posizione del mondo, osservare che in nessun caso l’Italia è in grado di avvicinarsi a valori di eccellenza, orbitando spesso tra il mediocre e il pessimo: per la politica è al 24.1% contro una media europea di 39.1%, per l’economia 61.8% contro 69.7%, per la salute 96.7% contro 97%, per l’educazione 99.5% contro 99.6%. Il Belpaese ha risultati negativi a livello di accesso al mondo del lavoro e alla politica, nonché di progressione di carriera, nonostante ne abbia di ottimi a livello di accesso all’istruzione, il che confina le donne a specifici settori professionali pur essendo più istruite degli uomini: area umanistica, insegnamento, matematica e scienze naturali, scienze sociali e media.

ISTRUITE L’Istat certifica che nella fascia 25-34 anni le donne laureate sono il 35.5% contro il 23.1% dei coetanei uomini, così come le diplomate in quella 25-64 sono il 65.7% contro il 60.3%, eppure «il vantaggio femminile nell’istruzione – si legge nel report “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali” relativo al 2022 – non si traduce in un vantaggio lavorativo: il tasso di occupazione femminile è molto più basso di quello maschile (57.3% contro 78.0%) e il divario di genere è in aumento nel 2022». L’istruzione è la più grande leva disponibile per ridurre la differenza, che tra i laureati donne e uomini è del 7.7%, tra i diplomati del 21%, tra chi ha la licenza media del 32.5%:
Il tasso di occupazione tra le laureate è di 18.4 punti superiore a quello delle diplomate, tra le diplomate è di 25.8 punti più elevato di quello tra le donne con al massimo la licenza media.
Eppure, nonostante le donne in questo ambito abbiano nel tempo sempre maggiore successo degli uomini, il livello di occupazione femminile in Italia è il più basso di tutta l’area Ue – un divario più ampio nel sud della penisola – e il “Gender pay gap” è del 30% a fronte di una media Ue del 12.7%: guadagnano circa 8mila euro in meno.
FIGLI E NONNI Questo perché le donne più degli uomini sono esposte alla precarietà lavorativa (27.2% contro 15.6%) e al part-time “involontario”, dicitura un po’ ipocrita per nascondere il fatto che la cura della famiglia e della casa pesa soprattutto sulle spalle femminili: il “lavoro” domestico non retribuito è anche quattro volte di più per le prime rispetto ai secondi, soprattutto se ci sono di mezzo anziani e figli. A novembre 2023 i disoccupati maschi erano il 6.7%, le femmine l’8.5%, ma soprattutto gli inattivi nella fascia 15-64 anni erano rispettivamente il 24% e il 42.1% ovvero 4 su 10 in età attiva: diventare madre vuol dire ancora scegliere tra lavoro e famiglia, come succede a una donna su cinque secondo quando rilevato dal Parlamento italiano. Con 10 giorni di congedo obbligatorio per i papà contro i 150 delle mamme è del tutto evidente su chi ricade non solo la cura (in parte legata alla naturale necessità dei neonati) quanto soprattutto il carico mentale di fissare il nuovo equilibrio familiare. Situazione analoga quando al posto dei bambini ci sono degli anziani, in un’Italia esposta a sempre maggiore invecchiamento della popolazione.
Giuseppe Del Signore

