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L’annuncio dell’amministrazione Trump di innalzare i dazi sui prodotti europei, incluso un 25% sull’auto e sull’acciaio, rischia di costare all’Italia fino a 7 miliardi di dollari, con ricadute pesanti sulla Lombardia, regione locomotiva dell’export nazionale. A lanciare l’allarme è Alessandro Spada, presidente di Assolombarda, che sottolinea come settori chiave come automotive, agroalimentare e meccanica siano i più esposti.
IMPATTO PREOCCUPANTE L’impatto sui diversi settori è preoccupante: nel comparto automotive un dazio del 25% potrebbe far crollare l’export italiano di veicoli verso gli USA con un calo stimato tra il 15 e il 20%, pari a perdite tra 1.4 e 3 miliardi di euro e fino a 15000 posti di lavoro a rischio, soprattutto tra i subfornitori lombardi e piemontesi. Anche il settore agroalimentare è sotto minaccia, con 89 prodotti italiani, tra cui formaggi e vini, inseriti nella lista USTR di possibili nuovi dazi, mettendo a repentaglio un comparto che vale 6.7 miliardi di surplus commerciale con gli Usa. Per quanto riguarda acciaio e alluminio, i dazi del 25% attivi dal 12 marzo colpiscono filiere integrate, con la Lombardia in prima linea per produzione e trasformazione.
CONTRO LA COMPETITIVITÀ Secondo Spada, quello dei dazi «è un tema che va ad incidere direttamente su quello della competizione. Ho sempre detto che sono contrario ai dazi a meno che siano dazi imposti per concorrenza sleale o per pratiche che non sono di mercato. Tutto il resto dei dazi – ha spiegato il presidente Spada – sono dei blocchi sul mercato che penalizzano i Paesi, sia che quelli che li subiscono ma anche quelli che li fanno».
I dazi non portano sicuramente a una crescita economica che è quella di cui tutti invece abbiamo bisogno.
IL SURPLUS NON BASTA Nonostante l’Italia abbia un surplus commerciale di 48.9 miliardi con gli Usa, le tariffe doganali sono sbilanciate: le imprese italiane pagano in media il 3.1% all’ingresso nel mercato degli States, contro l’1.1% applicato agli americani in Europa. Settori come la moda e i minerali non metalliferi sono particolarmente svantaggiati, mentre trasporti e meccanica godono di un leggero vantaggio. L’amministrazione Trump giustifica i dazi con il Fair and Reciprocal Plan, puntando il dito contro l’IVA europea, considerata una barriera aggiuntiva. Tuttavia, come nota Spada, il vero protezionismo è quello che l’Europa applica a sé stessa, con norme autolesioniste e costi energetici fuori controllo, superiori del 50% rispetto alla media Ue.

STRATEGIA ARTICOLATA Per reagire a questa situazione, Assolombarda propone una strategia articolata: innanzitutto, evitare l’escalation con accordi bilaterali tra Ue e Stati Uniti, coinvolgendo gli importatori americani nelle consultazioni USTR; in secondo luogo, puntare sulla diversificazione dei mercati, riducendo la dipendenza dagli States che rappresentano l’8.7% dell’export lombardo; infine, ripristinare i fondi per l’Industria 4.0, tagliati da 6 a 2.2 miliardi nel 2025, e sbloccare gli investimenti in energia verde e nucleare.
UN TESSUTO SOLIDO «I numeri del Centro studi di Assolombarda dimostrano, ancora una volta, la solidità del tessuto produttivo del territorio – sottolinea il presidente Spada – Il record storico dell’export, così come il massimo storico di occupati, sono ottime notizie ma l’arretramento della manifattura non va trascurato. Se è vero che influiscono la recessione tedesca, così come il quadro geopolitico instabile e i dazi annunciati, dobbiamo agire al più presto per abbassare il costo dell’energia e stimolare gli investimenti, mettendo più risorse su strumenti come Industria 4.0».
Rilanciare il manifatturiero, cuore pulsante della nostra economia e leva strategica per competere sui mercati globali, deve essere la priorità.
TRA RECESSIONE E RIPRESA Il quadro economico della Lombardia è in bilico tra recessione e ripresa: il 2024 si è chiuso con una crescita dello 0.5%, trainata dai servizi ma frenata dalla manifattura in calo del 2.2%. Per il 2025 si prevede un +1.1%, ma i dazi potrebbero azzerare i progressi, soprattutto a Pavia (nel 2024 a crescita zero) dove l’export, cresciuto del 3.8%, tiene a galla un’industria fragile. In conclusione, la sfida è duplice: evitare una guerra commerciale e ripensare il modello industriale europeo.
Massimo Sala

