Polemica e sofferenza dietro le sbarre. La situazione carceraria in Italia continua a vivere una crisi profonda tra suicidi dei detenuti, sovraffollamento, carenza di personale sanitario e penitenziario. E come se non bastasse in alcuni istituti, come le case di reclusione di Vigevano, Pavia e Voghera, è assente anche il garante dei detenuti, figura con il compito di vigilare che i diritti dei reclusi siano rispettati e tutelati. In attesa che opinione pubblica e governo decidano di attuare dei cambiamenti, non manca chi da dietro le sbarre evidenzia come il carcere sia un’esperienza difficilmente comunicabile a chi invece non l’ha mai conosciuto.

GARANTE CHE MANCA La richiesta di aiuto arriva da dietro le sbarre, da chi vive dentro la realtà carceraria, ma non solo. Antigone è un’associazione con sede centrale a Roma che che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario e lo scorso aprile ha effettuato un sopralluogo anche nella casa di reclusione situata a Piccolini, evidenziando criticità tra cui spazi ristretti e sovraffollamento e ovviamente constatando la mancanza della figura del garante dei detenuti: «La provincia di Pavia è in ritardo con la nomina – sottolinea Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia – da un anno e mezzo i tre istituti penitenziari presenti in provincia sono privi di questa figura. Noi come volontari ci impegniamo a visitare e analizzare ogni anno la situazione delle carceri della nostra regione, prepariamo delle relazione qualora dovessimo riscontrare delle situazioni critiche, ma più di questo non possiamo fare». Eppure un garante serve, fa da mediatore e da ponte di collegamento tra reclusi, direttori degli istituti e agenti della penitenziaria. Inoltre si impegna a far capire a ogni detenuto che il cambiamento dietro le sbarre esiste ed è possibile, ma occorre che le istituzioni facciano la loro parte:
La realtà carceraria italiana è al collasso – spiega Francesco Maisto, garante dei detenuti di Milano – non possiamo più voltarci dall’altra parte e da parte della politica e dell’opinione pubblica serve più sensibilità e apertura nei confronti di una parte di società, spesso messa da parte. Le condizioni inammissibili nelle strutture incidono su chi si toglie la vita, la sofferenza sta aumentando e sembra che nessuno da fuori se ne stia rendendo conto.
LETTERA DI DENUNCIA A queste si è aggiunta una voce a sorpresa: l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, in carcere a Rebibbia dallo scorso 31 dicembre per traffico di influenze illecite, ha inviato una lettera al ministro della giustizia Carlo Nordio, scritta insieme a Fabio Faldo, che da recluso ha avuto modo di laurearsi in giurisprudenza, per denunciare le condizioni insostenibili in cui si trovano le carceri italiane: «Le stiamo scrivendo perché vogliamo sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sull’attuale situazione carceraria, che a noi, e non solo a noi, appare insostenibile e contraria ai dettati costituzionali», esordisce la lettera indirizzata al ministro. «Le vogliamo indicare – prosegue – quelle che secondo noi sono le priorità per far fronte al sovraffollamento negli istituti di pena e, in particolare, alla situazione tragica delle morti, dei suicidi, dell’assistenza sanitaria inadeguata, di tutti gli ultrasettantenni in carcere, dell’affettività negata, della mancata scindibilità dei cumuli e dell’accesso limitato al lavoro in aziende private attraverso l’art. 21 Ordinamento penitenziario e del principio di progressività trattamentale». Alemanno e Faldo fanno leva anche su come i detenuti siano parte integrante della società e come tali vanno ascoltati, dando loro un’opportunità di riscatto.
Edoardo Varese

