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Smartphone e social media sono una minaccia per la salute mentale degli adolescenti? Nessun allarmismo, ma a dimostrarlo alcuni studi internazionali che segnalano un aumento di ansia, depressione e pensieri suicidari tra i più giovani. Tuttavia anche in ambito scientifico non si tratta di dati acquisiti una volta per tutte: altri studi mettono in dubbio la correlazione diretta tra device e social da una parte e “stress” dall’altra oppure allargano lo spettro dei fattori da considerare, includendo ad esempio la pandemia. A fare il punto della situazione è stato un recente articolo comparativo di “Nature”, che ripercorso tutte le principali pubblicazioni in materia.
IL CASO Ad aver allargato il dibattito al grande pubblico è stato anche un libro in cima alle classifiche americane, “The Anxious Generation”, uscito nel 2024 a firma dello psicologo Jonathan Haidt che ha riportato sotto i riflettori un tema cruciale: l’impatto di smartphone e social media sulla salute mentale degli adolescenti. Quello che ne emerge è che l’infanzia e l’adolescenza sono state “riscritte” dai dispositivi digitali, in un mondo dove i giovani, sempre più online e sempre meno coinvolti nella vita reale, vivrebbero una condizione di fragilità psicologica senza precedenti. L’autore collega il boom della tecnologia mobile all’aumento preoccupante di disturbi mentali, in particolare tra le ragazze, a partire dai primi anni 2010.
Basti pensare che negli Stati Uniti il numero di adolescenti con sintomi depressivi è salito dal 16% al 21% tra il 2010 e il 2015.
Un aumento registrato anche per i tassi di suicidio che, sempre nello stesso periodo, sono passati da 5.4 a 7 ogni 100 mila giovani. L’inizio di quella che Haidt definisce una «grande riscrittura» dello sviluppo infantile. Ma il mondo scientifico appunto non è compatto su questa visione. Alcuni esperti, come la psicologa Candice Odgers dell’Università della California, contestano la tesi dell’autore. «La scienza finora non supporta il panico diffuso riguardo a social media e salute mentale», spiega Odgers intervistata da Nature, secondo cui molti studi dimostrano solo correlazioni deboli e non prove causali. Il che vuol dire che ci sono forti indizi di una connessione tra i due fenomeni, ma che non è ancora stato stabilito in via definitiva un nesso di causa-effetto. A complicare il quadro, il fatto che gran parte delle ricerche si basa su dati auto-riferiti: ad esempio sono gli gli adolescenti stessi a stimare il tempo trascorso online, stime spesso imprecise. Inoltre, non è chiaro se siano i social a peggiorare l’umore o se siano i ragazzi già in difficoltà a cercare rifugio nel mondo virtuale.

STUDI Gli studi sperimentali, in cui si osservano gli effetti dell’astinenza da social, offrono risultati altalenanti. In alcuni casi si riscontrano benefici, in altri nessun cambiamento significativo. Molti ricercatori oggi sostengono che l’impatto della tecnologia sia altamente individuale. Una ricerca del 2021 condotta su circa 400 adolescenti ha rivelato che il 28% di loro si sentiva peggio dopo aver usato i social (soprattutto WhatsApp, Snapchat e Instagram), ma il 26% si sentiva meglio e il 45% non percepiva alcuna differenza. Una parte minoritaria di giovani fa inoltre un uso patologico degli smartphone, «arrivando a trascorrere online anche 8 o 9 ore al giorno – spiega il dottor Dimitri Christakis, pediatra al Seattle Children’s Research Institute di Washington – In questi casi, il rischio per la salute mentale è molto più concreto. Ma non tutto vien per nuocere. Smartphone e social possono offrire spazi di condivisione, confronto e appartenenza. Per alcune categorie di adolescenti, come i ragazzi transgender o non binari, rappresentano una preziosa rete di supporto, ma è necessario che i genitori non abbassino la guardia. A supporto di ragazzi e famiglie ecco che Meta ha lanciato lo scorso anno gli account per adolescenti che restringono i contenuti per i giovani fruitori. Una misura intrapresa dopo il suicidio della 14enne Molly Russell a Londra per depressione da social. Nonostante tutto, gli esperti cercano di rassicurare. «È una paura genuina – conclude Sarah Coyne, psichiatra e psicoterapeuta – ma la probabilità che questi episodi siano all’ordine del giorno è davvero molto bassa».
Rossana Zorzato

