Tommaso Besozzi, la verità sul bandito Giuliano

«Di sicuro c’è solo che è morto». Molti giornalisti sognano un titolo così, una frase così efficace e persuasiva da essere citata, rimasticata, parodiata, fino a entrare nella cultura popolare. Una punchline, direbbe qualcuno mutuandolo dal gergo musicale del freestyle, una frase a effetto capace di colpire come un pugno (appunto) l’ascoltatore-lettore; e allo stesso tempo forse anche un meme, non nel senso deteriore di immaginetta ridicola di Internet, ma in quello “darwiniano” di elemento culturale che si propaga, si stratifica, evolve. Dietro a quel titolo, ideato da Arrigo Benedetti, sicuramente brillante, “da manuale”, si intravede già quello che è uno dei reportage più celebrati del giornalismo italiano ancora oggi, a 76 anni dalla sua stesura: quello del vigevanese Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Salvatore Giuliano.

PELO NELL’UOVO Era un’estate molto afosa quella del 1950 a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Besozzi, all’epoca 47enne cronista dell’Europeo, conosceva bene il clima torrido della Sicilia: già ci era stato tante volte, come inviato del settimanale per cui lavorava, e tante volte si era occupato di quell’uomo che poche ore prima, nella notte del 5 luglio, era ucciso ufficialmente durante uno scontro a fuoco con i carabinieri. Una versione dei fatti che presentava però incongruenze e passaggi non chiari, come ricostruito puntualmente dal giornalista vigevanese che nel suo pezzo, uscito il 16 luglio, attaccava così: «Chi è stato a tradirlo? Dove è stato ucciso? Come? E quando? La grande maggioranza dei siciliani non crede alla descrizione ufficiale del conflitto nel quale ha trovato la morte Salvatore Giuliano». Troppi i sussurri del paese, soprattutto troppi i fatti in controtendenza con quanto divulgato dai brogliacci dei militari. «Tutto ciò si chiamerà forse cercare il pelo nell’uovo, ma l’esame delle incongruenze, dei punti oscuri, dei dubbi che inevitabilmente nascono nella mente di chi abbia tentato sul posto di ricostruire la scena non cesserà per questo di essere interessante». D’altra parte… lo si era detto, che di sicuro c’era solo che era morto.

SICILIA INDECIFRABILE I dubbi di Besozzi nascevano soprattutto da una profonda conoscenza dei luoghi, della gente, del contesto, costruita in tante trasferte solitarie in terra di Trinacria. «In Sicilia – scrisse di lui Giancarlo Pertegato, inviato del Corsera – Besozzi per l’Europeo, percorse gli itinerari spesso solitari tracciati dal suo modo di vivere il mestiere. Si fece accettare, ascoltò gente del luogo e colleghi dei giornali locali. Colse, da questi ultimi, tracce abbandonate per rassegnazione e che lui, invece, seguì». Era «l’uomo che poteva reggere in silenzio anche un intero incontro privato a colazione o a cena, pronunciava le domande o evocava le parole giuste con gli interlocutori siciliani, per avere le risposte di cui aveva bisogno.

Così questo settentrionale di voce garbata, venuto dalle nebbie della Lomellina otteneva le confidenze che gli permettevano di raccontare una Sicilia indecifrabile per gli altri italiani del Continente.

IL DELITTO Le responsabilità della morte di Giuliano sono tutt’oggi controverse: il suo compare Gaspare Pisciotta confessò l’omicidio, ma cambiando più volte versione, fino al giorno in cui lui stesso fu assassinato in carcere. Su tutto, aleggia l’ombra della mafia, intuizione che già prima dei processi e delle confessioni Besozzi aveva già colto. Anche perchè fino a quel momento chi stava conducendo le ricerche per catturare Giuliano si era messo in luce perlopiù per alcune tecniche investigative un po’ goffe, come un furgone, zeppo di carabinieri, cammuffato da «cinematografari», ma con un’enorme antenna ricetrasmittente: «Il furgone con l’etichetta “Le avventure di Paperino” non ha nessuna parte nel dramma. Il più grande aiuto allo sterminio della banda di Montelepre e del suo capo – rivela il giornalista nel suo reportage – è venuto dalla mafia».

Alessio Facciolo

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