Il 26 luglio la Chiesa celebra i santi Gioacchino e Anna, tradizionalmente indicati come i genitori della Vergine Maria e, di conseguenza, i nonni di Gesù. Una ricorrenza che, negli anni, ha assunto un significato che va oltre l’aspetto liturgico, diventando un’occasione per riflettere sul ruolo dei nonni nella famiglia e nella società. Figure spesso silenziose, ma fondamentali, capaci di trasmettere memoria, valori ed esperienza alle nuove generazioni.

TRADIZIONE Sebbene i loro nomi non compaiano nei Vangeli canonici, Gioacchino e Anna sono presenti nella tradizione cristiana fin dai primi secoli e sono sempre stati considerati modello di fede, dedizione familiare e perseveranza. La loro memoria richiama il valore delle radici e il legame tra le generazioni, un tema oggi più attuale che mai. La ricorrenza del 26 luglio si affianca alla Festa dei Nonni, celebrata in Italia il 2 ottobre, istituita con la legge n. 159 del 31 luglio 2005 in coincidenza con la festa degli Angeli Custodi. In ambito ecclesiale, però, la memoria di Gioacchino e Anna resta il punto di riferimento simbolico per rendere omaggio ai nonni.

GIORNATA A rafforzarne il significato è stata anche l’istituzione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, voluta nel 2021 da papa Francesco e celebrata ogni anno nella domenica più vicina al 26 luglio. Il messaggio è chiaro: una società che dimentica i propri anziani rischia di perdere anche la memoria della propria storia. I nonni rappresentano infatti un patrimonio di esperienze che nessun libro può sostituire. Sono i custodi delle tradizioni familiari, dei racconti che attraversano il tempo, delle testimonianze di sacrifici, cambiamenti e conquiste che aiutano i più giovani a comprendere il proprio passato.

SOSTEGNO Il loro contributo, tuttavia, non si limita alla memoria. Nella vita quotidiana sono spesso un sostegno concreto per le famiglie, offrendo tempo, disponibilità e affetto. Accompagnano i nipoti nella crescita, li ascoltano, li educano con discrezione e rappresentano un punto di riferimento stabile in una società caratterizzata da ritmi sempre più frenetici e da relazioni spesso fragili. La figura di Gioacchino e Anna richiama proprio questa missione educativa. La tradizione li presenta come coloro che hanno accompagnato Maria nel suo cammino umano e spirituale, testimoniando come l’educazione passi prima di tutto attraverso l’esempio, la pazienza e la capacità di trasmettere fiducia. Celebrare il 26 luglio significa quindi riconoscere il ruolo prezioso dei nonni non solo all’interno delle famiglie, ma anche nella comunità. In un tempo in cui il dialogo tra generazioni appare sempre più difficile, gli anziani possono diventare il ponte tra passato e futuro, aiutando i giovani a costruire la propria identità senza perdere il legame con le proprie radici.

UNIONE La memoria dei santi Gioacchino e Anna ricorda che il futuro si costruisce anche grazie all’eredità ricevuta da chi ci ha preceduto. Per questo il 26 luglio non è soltanto una festa religiosa, ma un invito a riscoprire il valore di una presenza discreta e indispensabile, capace di tenere unite le generazioni e di custodire la storia di ogni famiglia.

a cura di don Carlo Cattaneo, Massimo Sala, Rossana Zorzato

1Quando il futuro prende per mano il passato

04 Giorgia e nonno Massimo
Giorgia e nonno Massimo

Per carità, la maternità e la paternità sono i miracoli che conosciamo. Unici, indubbiamente, con le attese e le trepidazioni che, soprattutto le mamme, sanno bene cosa significano. Non che i padri siano dei miracolati di serie B, però… diversa invece è l’esperienza esistenziale dei nonni. Qui la parità di genere forse è possibile. I figli dei figli riscattano il cosiddetto sesso forte e lo pongono (forse) sullo stesso piano delle donne: nell’attesa, negli anni che passano, nelle emozioni… i ricordi più forti della mia infanzia sono le ipnotiche storie inventate da mia nonna Enrichetta, che ha rappresentato una delle figure più importanti della mia vita. E oggi che sono nonno di una splendida bimba di quasi quattro anni, Giorgia Lavinia, e che lo ridiventerò a breve, tra qualche mese, di un’altra bimba, Matilde Bianca, figlie rispettive della mia prima figlia, Francesca, e della seconda, Alessandra, mi rendo davvero conto di quel dono misterioso di una vita che cresce e di quei momenti speciali che accadono quando Dio decide di tirare i dadi in cielo.

Essere nonno per me è come vivere una sorta di paternità matura, dove il senso della vita nascente acquisisce un significato diverso. Non è più la paternità frettolosa di quando la vita scalpita insieme ai mille eventi della quotidianità. È una sorta di paternità pacata, che mi obbliga a dare una risposta ai quesiti che pone questo straordinario miracolo che è la vita. E non si può più rimandare la risposta, perché un nonno, o una nonna, è più vicino degli altri alla morte e, inevitabilmente, comincia a fare un bilancio della sua vita. E, improvvisamente, è davvero festa grande, quando si placano le passioni e arrivano queste fiammate d’amore che regalano nuove stagioni di giovinezza. E la nostalgia del passato, a volte davvero struggente, diventa un presente pieno di senso. Così come l’innocenza di un bambino o di una bambina non può non regalare una nuova appassionata stagione della vita, che cresce ed entusiasma ogni giorno chi osserva da vicino l’età dell’inconsapevolezza. Ovviamente ci sono anche i capricci, che a volte fanno letteralmente saltare i nervi, ma prima o poi il senso di onnipotenza dei piccoli demoni si placa, si riapre il cielo e continua a brillare il sole.

2I sacrifici di una nonna, il futuro di una famiglia

04 Clara Bisaggio
Clara Bisaggio

Se adesso sono qui a scrivere questo articolo lo devo anche a mia nonna Clara. Lo devo alla sua forza, alla sua dedizione al lavoro e soprattutto a tutti i sacrifici che ha fatto nella sua vita, insieme a mio nonno Ottorino (per tutti Lino), per dare il meglio a me e a tutta la nostra famiglia. Perché spesso nella società di oggi diamo per scontato quello che abbiamo o quello che siamo, ma dietro a ogni persona e a ogni risultato c’è uno sforzo, un sacrificio e un vissuto che vale la pena venga raccontato. Così, un pomeriggio che sono da lei, tra una chiacchiera e un’altra, all’improvviso le chiedo: «Cosa significa per te essere nonna?». Un po’ sorpresa per la domanda, ma sempre con il sorriso sulle labbra, mi risponde senza esitazione.

Per me essere nonna vuol dire vedere sana e serena la propria famiglia, vedere una nipote che ha studiato e fa il lavoro che ha sempre voluto fare, vedere felice tuo figlio insieme a sua moglie e aver costruito tutto questo insieme all’uomo che amo – mi dice guardandomi negli occhi – Questa per me è la felicità di essere nonna, sapere che tutti i sacrifici e le difficoltà che ho vissuto da giovane non sono mai state un ostacolo, ma un motivo per andare sempre avanti, senza mai perdere la fede.

Seconda di cinque fratelli e sorelle, mia nonna è nata nel 1937 a Sant’Urbano, piccolo comune sulle rive dell’Adige in provincia di Padova, in un periodo di conflitti, violenza, paura e fame che le ha lasciato un ricordo indelebile. Una serenità che per lei non è sempre stata scontata, tanto che a un certo punto mi dice: «Ringrazio ogni giorno la Madonna di avere salute e serenità perché da piccola ho conosciuto la guerra, la paura e la fame – mi racconta, ora però più seria – Non potrò mai dimenticare gli orrori di quel periodo, la paura di non vedere ritornare a casa mio papà da lavoro, i soldati tedeschi che minacciavano e uccidevano chiunque si mettesse sul loro cammino». E di tanti episodi vissuti, due le sono particolarmente nitidi, tanto che mi accorgo di ascoltarla trattenendo il respiro. «Non posso dimenticare quella volta che entrò in casa della nostra vicina un soldato tedesco ubriaco – racconta – Lei stava facendo la polenta per tutti, era una delle poche cose che potevamo permetterci e che poteva sfamare più persone possibili, finché quel soldato si arrabbiò senza motivo, estrasse la sua pistola e sparò al pentolone con la polenta. Restammo tutti pietrificati». E poi gli annegamenti nell’Adige. «Prima che arrivassero gli alleati molti tedeschi cercarono di scappare attraversando l’Adige in piena usando delle grosse catinelle come fossero delle barche, morirono tutti annegati». Ma la speranza non è tardata ad arrivare. «Ricordo perfettamente il giorno della Liberazione – conclude mia nonna Clara – arrivarono gli americani e uscimmo tutti con i fazzoletti bianchi ad abbracciarci e a gridare dalla gioia. Finalmente la guerra era finita e la vita poteva ricominciare».