Tecnologia e guerra, parlare di pace nell’era dell’Ia

Nel quinto capitolo della Magnifica Humanitas Papa Leone XIV sposta lo sguardo sul terreno più drammatico in cui la tecnica mostra il suo volto disumano: la guerra. Dopo aver parlato di verità, lavoro e libertà, l’enciclica affronta la pace come banco di prova della maturità morale dei popoli. 

PROPAGANDA L’intelligenza artificiale non entra soltanto nei servizi, nella comunicazione o nell’economia: entra anche nei conflitti, nella propaganda, negli attacchi informatici, nella selezione degli obiettivi e nella gestione delle decisioni militari. Il rischio è che la tecnica renda più veloce, impersonale e “pulita” la scelta sulla vita e sulla morte. Il Papa contrappone due immagini: Babele e Gerusalemme. Babele è la cultura della potenza, la fiducia arrogante nei mezzi, negli arsenali, nella superiorità tecnologica. Gerusalemme, ricostruita pezzo per pezzo, è invece la civiltà dell’amore: un’opera più lenta, meno spettacolare, fondata su responsabilità, giustizia, dialogo e bene comune. Leone XIV denuncia con forza la normalizzazione della guerra. Ciò che un tempo era extrema ratio oggi torna a essere presentato come scelta possibile. Le parole si induriscono, gli algoritmi amplificano polarizzazioni e logiche amico-nemico, mentre il riarmo assorbe risorse che potrebbero sostenere sanità, scuola, sviluppo e lotta alla povertà.

CONTROLLO In questo scenario l’Ia aggiunge una soglia nuova di inquietudine. Una macchina può calcolare, prevedere, classificare, ma non può assumere un giudizio morale. Non esiste algoritmo capace di rendere la guerra più umana. Delegare decisioni letali a sistemi opachi significa dissolvere la responsabilità dove dovrebbe essere massima. Per questo il Papa chiede controllo umano effettivo, tracciabilità delle decisioni, regole internazionali condivise e tutela rigorosa dei civili. Il capitolo critica anche il falso realismo politico, quello che considera la guerra inevitabile e il dialogo un’ingenuità. Per la fede cristiana, invece, la pace non è un sogno debole, ma frutto possibile della giustizia e della carità. È qui che ritorna l’espressione cara a san Paolo VI: civiltà dell’amore. Non una formula poetica, ma un progetto storico concreto, capace di tradurre la carità in istituzioni, diplomazia, disarmo, cooperazione e cultura dell’incontro. 

DISARMARE Leone XIV ricorda che tutti possono fare la propria parte. Disarmare la terra comincia anche dal disarmare le parole, rinunciando a linguaggi aggressivi, pregiudizi, menzogne e semplificazioni violente. Costruire la pace significa assumere lo sguardo delle vittime, ascoltare volti e storie, perché nessuna strategia cancelli il dolore dei civili, dei bambini, dei profughi, dei feriti. Significa rilanciare dialogo, diplomazia, multilateralismo e ruolo delle religioni come vie di riconciliazione. Il capitolo si chiude nella speranza cristiana. Il male va chiamato per nome, ma non ha l’ultima parola. La pace è dono del Risorto e compito affidato agli uomini. Nel tempo dell’Ia, la vera domanda resta spirituale: vogliamo costruire un mondo armato dalla paura o una casa davvero comune abitata dalla fraternità?

don Carlo Cattaneo

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