«Signore, quante volte dovrò perdonare?» Questa è la domanda che Pietro pone a Gesù mentre conversavano confidenzialmente, mi piace pensare che i due fossero seduti, tranquilli a scrutare l’orizzonte e a parlare come due amici, come due uomini del giorno d’oggi in un’atmosfera rilassata, autentica. Pietro cerca un limite ragionevole (“fino a sette volte?”).
Gesù alza subito il conteggio fino all’infinito (“settanta volte sette”), dando così il via al racconto della parabola per spiegare il Suo pensiero. Pietro sperava in un numero piccolo così da essere autorizzato a porre un punto oltre al quale gli fosse consentito di non essere più caritatevole. In questa parabola i numeri sono importanti: il primo debito del servo nei confronti del padrone, di 10.000 talenti, per l’epoca una cifra iperbolica, tonnellate d’oro, impossibile da saldare per qualunque persona. Vi è poi il secondo debito, del secondo servo verso il primo servo: 100 denari, paragonabile a circa tre mesi di lavoro, una cifra irrisoria rispetto alla prima. Il primo servo riceve il condono dal padrone dopo che si è prostrato ai suoi piedi, supplicandolo, qui la misericordia del re è disinteressata, non un condono parziale, non un “do ut des” ma l’intera cifra. Subito dopo però ecco che la malvagità dell’uomo si manifesta nei confronti del suo prossimo: il servitore liberato del grosso debito, invece di essere felice e grato al suo padrone, compie un’azione ingiusta condannando un suo sottoposto che gli doveva una cifra nettamente inferiore.

La tragedia spirituale del servo non sta nell’avere un credito legittimo, ma nell’incapacità di far fluire la grazia ricevuta nelle sue relazioni. Egli riceve la misericordia del re come un favore personale, un profitto egoistico, senza permettere che essa trasformi il suo cuore. All’uscita dal palazzo egli è refrattario al dono (“afferra il compagno per il collo e lo soffoca”) e si dimostra sordo alle stesse parole di supplica che egli stesso aveva, poco prima, rivolto al re, senza mostrare la minima pietà. Il testo evangelico evidenzia un cortocircuito drammatico: rifiutando di condonare il piccolo debito del fratello, il servo annulla di fatto l’effetto del condono gigante che aveva appena ottenuto. Il suo cuore indurito riapre la prigione che la bontà del re aveva spalancato.
La parabola quindi rivela la vera natura del perdono cristiano: esso non nasce da uno sforzo moralistico di benevolenza umana o da una forma di debolezza di fronte al male, ma è il riflesso e la conseguenza diretta dell’essere stati per primi perdonati. Dio non ci chiede di perdonare gli altri per meritare il Suo amore, ma perché solo perdonando rimaniamo sintonizzati con il Suo cuore. Trattenere il rancore, rifiutare la riconciliazione e pretendere la punizione dell’altro significa chiudersi da soli fuori dal circuito della grazia. Nel Padre Nostro preghiamo: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori“: la parabola ne è la trasposizione narrativa, ricordandoci che la misura con cui giudichiamo diventa la misura con cui ci escludiamo dalla misericordia. Il perdono non è mai un calcolo matematico, ma un atto di memoria. Solo ricordando la gratuità dell’amore con cui siamo stati riaccolti e liberati da Dio, possiamo trovare la forza quotidiana di sciogliere i nodi, anche dolorosi e complessi, delle nostre relazioni umane.
Marco Trivi Comunità cristiana di Mortara


