È l’unico paese lomellino ad avere il proprio inno. Una novità che, realizzata dal consigliere comunale Marco Tonin col supporto dell’intelligenza artificiale, ha debuttato alla festa patronale di Sant’Alessandro, e paragona Zeme a una “gemma gentile” che splende “nel campo come un tesoro”.
L’INNO Un accostamento fonetico, Zeme/gemma, a cui non è indifferente il sindaco Massimo Saronni, modellista orafo, che le gemme le conosce bene. «Lavoro a Valenza — spiega — come mia moglie, che insegna educazione artistica al liceo». Proprio alla professoressa Franca Frassacarro e ad alcuni suoi allievi si deve nel 2021 la realizzazione della panchina rossa anti-violenza situata sul retro del palazzo municipale, nella piazzetta che nel 2023 ha contribuito a conferire a Zeme il titolo di Città delle donne. Un percorso iniziato in tempi non sospetti, nel 2019, quando Saronni — a capo della lista “SiAmo Zeme”, costituita non a caso l’8 marzo — si insediò con una giunta “rosa”, dimostrando una sensibilità per le tematiche femminili che in seguito gli sarebbe valso il riconoscimento di “Uomo illuminato” da parte degli Stati generali delle donne, presieduti da Isa Maggi. Una giunta, quella composta da Federica Pagani e Tiziana Bavera, confermata anche nel secondo mandato, che scadrà nel 2029.

QUOTE ROSA? «Eppure non credo nelle quote rosa – precisa il sindaco — e il fatto che in una “Città delle donne” tutti gli assessori appartengano al gentil sesso è un puro caso. Una giunta comunale può essere benissimo composta tutta al maschile o al femminile, quello che conta è la persona. Qualcosa in più, però, le donne ce l’hanno: è l’intuito femminile, una straordinaria capacità di discernimento che è un valore aggiunto». Ma cosa significa essere un “uomo illuminato”? «Vuol dire essere pronto ad affiancare le donne nelle loro battaglie a livello istituzionale, per una società che a partire dal 1946 sembrava iniziare a evolversi senza pregiudizi. E invece… ancora adesso una donna deve scegliere tra l’essere madre e la carriera lavorativa». Cosa vuol dire, invece, fare il sindaco in un paese come Zeme, con 979 abitanti e due negozi di alimentari?
Vuol dire amare il tuo paese e provare a spendere parte del tuo tempo per mettere a posto quello che non funziona. Bisogna avere coraggio, amor proprio, prontezza e spalle larghe, ed essere preparati a ricevere sia le critiche sia gli elogi.
Fondamentale la squadra dei collaboratori, caratterizzata dalla condivisione assoluta di ogni scelta.
IL RISPETTO «Riconosco a tutti i cittadini il fatto di essere molto rispettosi verso la figura del primo cittadino, anche se io voglio che mi diano del tu. Partecipo alle difficoltà di tante famiglie, e anche se viviamo un periodo duro li esorto a non mollare e a non vergognarsi di chiedere aiuto: avere bisogno di qualcuno non vuol dire cedere. Del resto i nostri servizi sociali sono molto attivi, e grazie alla vicesindaco Federica Pagani e alla collaborazione con i Piani di zona ascoltano tante richieste di aiuto. Ricordo ancora il periodo del Covid, quando tutto era fermo a causa della classificazione in zona rossa. Ho accompagnato tanti cittadini al cimitero, soltanto col parroco e il vigile, e a ripensarci mi viene un groppo alla gola. Nel 2021 abbiamo riaperto la scuola dell’infanzia, cosa che ci ha permesso di non chiudere le primarie, dove abbiamo anche un servizio di pre-post scuola. Inoltre stiamo lavorando per l’asilo nido, che verrà pronto probabilmente dopo la fine di questo mandato, nel 2029. È un impegno che lascerò al mio successore. Ai giovani poi vorrei chiedere di non abbandonare Zeme, provando a sviluppare quell’ingegno che non gli manca e creandosi nuove opportunità».
La farmacia, un punto di riferimento

La giovane Marta Sonzogno è da tre mesi la nuova titolare della farmacia situata accanto al municipio. «L’ho acquistata il primo giugno — racconta — e ho ricevuto un’accoglienza ottima. Tutti i miei clienti sono molto rispettosi del ruolo del farmacista, che per molti è ancora un punto di riferimento». La dottoressa Sonzogno viene da Vercelli, dove per nove anni è stata dipendente delle farmacie comunali. «Prima ancora, però — aggiunge — per tre anni avevo lavorato a Sant’Angelo». Ora il ritorno in Lomellina, dove la vita ha tutto un altro stile rispetto al clima frenetico della grande città. «A Vercelli non mi trovavo male, ma non erano rari i casi di persone che entravano in negozio convinte di sapere già tutto loro, dimostrando una certa arroganza. Qui invece c’è un grande rispetto per la farmacia, considerata una vera e propria istituzione. La gente chiede indicazioni con molta educazione. Qui mi trovo molto bene, c’è una dimensione a misura d’uomo».
La letteratura, una passione di famiglia

«I libri sono sempre stati la mia passione». Chi parla è Elena Signorelli, titolare della libreria-casa editrice Lomellibro di Zeme. «È nata nel 2010, per raccogliere pubblicazioni sul nostro territorio. Poi ho iniziato a prendere volumi di ogni genere, dai romanzi alla saggistica, anche usati. Il nome “Lomellibro” mi è stato suggerito da Carlo Respighi, allora presidente della Società storica vigevanese. Parallelamente ho costituito la casa editrice omonima, specializzata in pubblicazioni locali. Mi piace ricordare la silloge poetica “Tra la nuca e l’incontro” di don Alberto Fassoli, e “Non vogliamo morire”, scritto nel 1948 dal socialista sartiranese Paolo Moro». Un libro curato da Alfredo Signorelli, fratello di Elena, già sindaco di Zeme per molti anni, e studioso di storia. «Alfredo ha sempre amato fare ricerche, mentre io adoravo leggere i libri. Adesso lui li scrive, e io li stampo. Da bambina aspettavo in regalo il libro di Natale, e uno dei miei rimpianti è quello di non aver letto abbastanza».
Teresio Olivelli, l’impronta della santità
Qui l’impronta di Teresio Olivelli è molto più profonda di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Zeme non fu soltanto il paese dove la sua famiglia si trasferì per alcuni anni: fu una parte concreta della sua infanzia e della sua formazione.
L’INFANZIA La famiglia Olivelli arrivò in paese nel 1923, quando Teresio aveva appena sette anni, proveniente da Carugo. Qui visse con i genitori e il fratello, frequentando le scuole elementari, poi nel 1926 si trasferi a Mortara. Oggi a Zeme c’è via Teresio Olivelli, un segno toponomastico molto concreto della memoria lasciata dal futuro beato. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: Zeme non fu semplicemente il luogo d’origine della famiglia Olivelli, ma uno dei primi paesaggi umani attraversati da quel ragazzo che sarebbe diventato il “ribelle per amore”. Prima dell’università, del Ghislieri, della Resistenza e del lager, ci sono anche quelle strade di paese, la scuola elementare, la vita quotidiana.

LA CHIESA Il legame con Olivelli passa anche dalla chiesa di Sant’Alessandro martire, attualmente affidata al parroco don Giancarlo Vergano. Qui il giovane Teresio, dopo il trasferimento della famiglia nel paese d’origine nel 1923, visse una parte importante della propria formazione religiosa. Fu proprio nella parrocchiale che ricevette la Prima Comunione, preparato alla fede dallo zio sacerdote. La chiesa conserva dunque una traccia discreta ma profonda del cammino umano e spirituale di Teresio. Non è soltanto un edificio di culto: per Zeme rappresenta uno dei luoghi in cui la storia personale di Olivelli affonda le proprie radici, quando ancora era soltanto un ragazzo e il suo destino doveva ancora prendere forma. La sua vicenda successiva è straordinaria: dopo una giovinezza inizialmente attraversata anche dal rapporto con il fascismo, maturò una radicale scelta cristiana e resistenziale. Fu arrestato, deportato e morì a Hersbruck il 17 gennaio 1945, a soli 29 anni, dopo aver difeso un compagno di prigionia. È stato beatificato nel 2018. Per Zeme, quindi, Olivelli rappresenta una memoria doppia: quella di un figlio del paese e quella di un uomo che trasformò la propria vita in una testimonianza di libertà, fede e solidarietà.
Davide Zardo


