Don Paolo Butta, pastorale digitale: «L’uomo deve restare al centro» 

L’intelligenza artificiale sa fare quasi tutto, ma c’è una cosa che non può decidere al posto dell’uomo: che cosa è vero, che cosa è bene e quale senso dare alle proprie scelte. Secondo don Paolo Butta, direttore dell’Ufficio pastorale digitale della Diocesi di Vigevano, qui si gioca una delle sfide più delicate del nostro tempo.

VERITÀ «La vita pastorale, anche quella digitale, deve portare all’annuncio della verità – sottolinea don Butta – Il rischio è camuffarla, perché siamo portati a dare per scontato che ciò che ci restituisce l’intelligenza artificiale sia vero e giusto». L’errore umano può essere corretto, ma quello della macchina rischia di essere accolto con fiducia automatica. Da qui la prima parola chiave, ovvero responsabilità. «È essenziale il ruolo umano di fronte all’intelligenza artificiale – continua il direttore della pastorale digitale – Se deleghiamo tutto alla macchina, l’uomo non ha più controllo e rischia anche di non volerlo più avere». L’IA può essere un aiuto prezioso, ma il punto resta pur sempre stabilire quale posto debba occupare. Ed è proprio «il modo con cui l’uomo si pone di fronte all’intelligenza artificiale che decide quale società si vuole costruire per il futuro». Perché una macchina può elaborare dati e proporre soluzioni, ma «ciò che è bene, ciò che è male e il senso delle cose lo stabilisce l’uomo e questo senso rischia di perdersi se l’IA diventa una scorciatoia».

SFIDE E una delle sfide più evidenti riguarda innanzitutto il mondo dell’educazione delle nuove generazioni e della scuola. «Se un ragazzo affida all’IA un compito che prima richiedeva ore di studio, non è necessariamente progresso. Rischiamo di avere tutto subito, ma poi di fatto di non costruire nulla – avverte don Butta – e lo stesso vale per la creatività perché se un artista o uno scrittore fa scrivere racconti all’intelligenza artificiale, viene meno anche quella creatività e quella capacità personale che è unica dell’essere umano. La tecnologia può assistere il lavoro, ma non deve sostituire ciò che lo rende umano». E se si guarda con timore al futuro dei giovani, un po’ di apprensione ricade anche sul presente. E tra gli ambiti più a rischio vi è proprio l’informazione. Basti pensare ai social, dove contenuti veri e falsi convivono già quotidianamente, «l’IA rende sempre più difficile capire fin dove è vero e fin dove è finto, per questo serve anche imparare a verificare, non solo a produrre. Senza poi dimenticare trasparenza, responsabilità, privacy, diritto d’autore e utilizzo dei dati personali che sono solo alcuni dei nodi da sciogliere».

NODO DA SCIOGLIERE E anche per la Chiesa, questa è una sfida pastorale. «Dobbiamo porci la domanda su come coabitare con questa realtà nella vita quotidiana, anche in ambito pastorale – continua – tanto che anche la predicazione può diventare un banco di prova per noi sacerdoti. Il Papa diceva banalmente di non far passare le prediche all’intelligenza artificiale – non perché la macchina non sappia scrivere – ma perché una parola pastorale non è soltanto un testo, nasce da una persona, da una storia e ha una responsabilità nei confronti della comunità». Perché alla fine, la questione non è decidere se stare con o contro l’intelligenza artificiale, ma è scegliere come utilizzare al meglio questo strumento che deve essere solo un supporto e non un sostituto della mente, creatività e responsabilità umana. «L’intelligenza artificiale deve essere una macchina a sostegno della vita dell’uomo, ma non deve prenderne il posto – conclude don Butta – È fondamentale capire anche il fattore umano perché solo capendo la sua direzione, si può intuire la direzione che prenderà la nostra società». 

Rossana Zorzato

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