Il Paese è in ritardo. Un rapporto pubblicato da Osservatorio delle imprese dell’università La Sapienza di Roma individua “10 ritardi da colmare in Italia per competere nel mondo” e offre uno spaccato delle sfide mondiali con cui il tessuto socio-economico nazionale e locale si stanno confrontando già oggi. «Quanto a competitività – esordisce il documento – quest’anno l’Italia è scesa al 45° posto su 70 paesi, dieci sotto un’Europa (35°) mediocre, molto eterogenea e, forse anche per questo, politicamente inconsistente». Per gli studiosi l’Italia non può permettersi di aspettare politiche dell’Ue che magari non arriveranno mai e deve agire subito su dieci ambiti con un orizzonte di medio-lungo termine (20 anni): «mercato del lavoro, processi gestionali, quadro sociale, diritto delle imprese, infrastrutture di base, tecnologiche, fisco, finanza pubblica e sta perdendo forza in sanità-ambiente e attitudini-valori».

INFRASTRUTTURE Partendo dalle reti, il dato più significativo di tutto il report è la carenza di investimenti, dovuta non a risorse mancanti ma a una distribuzione sbagliata di quelle disponibili, con un autofinanziamento «da troppi anni decurtato da immani dividendi distribuiti agli azionisti, di cui il Tesoro è responsabile ultimo». Si parla di «10 miliardi in quattro anni», se investiti «il potenziamento delle reti gas e autostradale sarebbe stato più alto di un 50%, quello della rete elettrica di un terzo, la rete ferroviaria di un quarto». Per Vigevano e Lomellina, che aspettano un collegamento decente su ferrovia e strada con Milano e il resto della Lombardia da decenni, non serve aggiungere molto altro.
LE RETI A livello della rete viaria poi si sconta la necessità di investimenti «per contrastare l’inesorabile “consumo di vita utile”» di ponti, viadotti, gallerie, ecc tanto che, si chiedono gli autori, «chi è in grado di dire, oggi, quanti sono i ponti o le gallerie della rete stradale non conformi ai requisiti di sicurezza […]?». La rete idrica ha invece due problemi principali, le perdite (soprattutto nelle regioni meridionali, con punte superiori al 50%) e la carenza di infrastrutture digitali per una regolazione più efficiente dell’acqua (evitando le “guerre” e i “furti” che interessano anche la Lomellina). Spostandosi sulle rotaie, occorre «potenziare i principali corridoi ferroviari merci e separare il traffico merci da quello passeggeri nei nodi urbani», realizzare «gronde merci a Milano, Verona e Napoli», adeguare i corridoi merci allo «standard europeo dei 750m», «far passare più treni sullo stesso binario in sicurezze, riducendo lo spazio e il tempo che separano un treno dall’altro» grazie alla tecnologia digitale, ridurre l’iter delle opere da «circa 7 anni a 2-3 anni». Inutile dilungarsi in un territorio in cui di raddoppio si parla dall’inizio del Novecento.

LE RETI/2 Il sistema elettrico italiano invece «è tra i più affidabili al mondo», ma stanno emergendo due elementi nuovi, «la flessibilità» ovvero la modulazione di consumi e produzione degli utenti e «l’aggregazione, con la nascita delle comunità energetiche», cui si aggiunge un aumento dell’elettrificazione degli usi finali (pompe di calore, auto elettriche, data center, ecc) che fanno crescere la domanda di elettricità. La rete di distribuzione dovrà adeguarsi a queste esigenze, ma per farlo serviranno più ingegneri elettrici: in Italia se ne laureano 900 all’anno, ne servirebbero 2300-2600. Per quanto riguarda la rete gas gli estensori del rapporto si concentrano soprattutto sull’alta variabilità del prezzo energetico in Italia – sul tema energia, secondo il documento, un aiuto potrebbe arrivare dal nucleare, con anche una ricaduta occupazionale stimata in circa 120mila posti di lavoro – sulle carenze infrastrutturali e sull’integrazione con l’idrogeno, invece la rete di telecomunicazioni sconta sempre meno un problema di copertura – anche se in Lomellina persistono aree non raggiunte dalla fibra FTTH (quindi senza rame dalla cabina all’abitazione) – e sempre più «l’insoddisfacente grado di utilizzo delle nuove reti realizzate.
L’Agcom conferma che la domanda di servizi digitali da parte di famiglie, imprese e PA non è congrua.
PRODUZIONE Se ci si sposta “dentro” le aziende, il primo nodo da sciogliere è quello tecnologico, «il punto di partenza però non è la mancanza di tecnologia» bensì «un management reattivo e poco strutturato» per adottarle, poiché «senza una struttura manageriale che ridisegni processi e deleghe, la tecnologia entra in azienda ma non ne cambia il funzionamento. Qui si misura la distanza tra avere e usare». Perciò «il vincolo italiano è organizzativo e umano, non tecnologico» con un maggiore freno nelle Pmi: «le grandi imprese hanno portato l’uso dell’IA dal 32.5% al 53.1% in un solo anno, mentre le Pmi restano molto indietro». Per Vigevano e la Lomellina, che ne ospitano diverse, è importante interrogarsi su come colmare il gap. La prima leva dovrebbe essere così una politica industriale che passi dall’incentivo all’acquisto all’incentivo alla produttività, la seconda è «un forte rafforzamento delle lauree e degli ITS in area STEM», anche per favorire un maggiore trasferimento tecnologico, oggi carente e da rafforzare a partire da investimenti in formazione e reingegnerizzazione dei processi.

LAVORO Difficile farlo senza risorse umane, con un mercato del lavoro che dovrebbe essere orientato alla «inclusione dei giovani e delle categorie più deboli» (in primis le donne), all’attrazione di «personale straniero qualificato», al freno alla «fuga dei cervelli» e alla formazione aziendale, tutte aree in cui l’Italia «è particolarmente debole», anche perché è difficile attrarre qualcuno se esiste «una stagnazione retributiva cronica che colpisce al cuore la classe media» e che è un altro tema forte per chi vive in Lomellina. È una questione sia sociale sia economica, «l’Italia sembra disporre di una base favorevole di competenze personali e professionali», ma è carente nella «valorizzazione delle competenze» e questo apre anche un altro grande tema, «le retribuzioni dei lavoratori» con un divario ampio tra quelle «dirigenziali e quelle dei tecnici», non sempre giustificato visto che nel capitolo dedicato ai “processi gestionali” il principale collo di bottiglia è una capacità manageriale non diffusa a sufficienza e management poco disponibili alla “misurazione” delle pratiche adottate, in primo luogo nelle piccole e medie imprese.
VALORI Si tratta di sintomi che riflettono un altro elemento che di solito si considera poco legato alle questioni economiche e produttive, quello che nel documento si chiama delle “Attitudini & Valori”, in realtà «un vero e proprio driver culturale ed economico misurabile, in grado di influenzare direttamente la capacità di generare prosperità sostenibile e supportare l’attività di impresa». Ma qui l’Italia ha dei problemi; per l’attitudine verso la globalizzazione «rivela un atteggiamento tiepido», per l’immagine all’estero il «Made in Italy è riconosciuto, ma zavorrato dalla reputazione di Paese burocratico, instabile», per la cultura nazionale si indica «una relativa chiusura o lentezza nell’assimilare modelli gestionali ed esteri innovativi», per flessibilità e adattabilità invece spicca «la resilienza individuale di fronte all’emergenza (l’abilità di “arrangiarsi”)», per la necessità di riforme «un’altissima percezione del bisogno», per la fiducia nell’IA «diffidenza e scetticismo diffusi. Ma è il “Sistema di valori” (meritocrazia, etica del lavoro, orientamento al risultato, trasparenza) «la criticità maggiore. Segnala che i valori prevalenti nella società attuale vengono percepiti come ostacoli alla competitività, lasciando spazio a dinamiche di nepotismo, scarso riconoscimento del merito, resistenza alla modernizzazione».
SENZA COMUNITÀ Una fotografia che sembra restituire uno scarso senso di comunità – da nazionale a locale – che si riflette anche negli ultimi capitoli del Rapporto, dedicati alla Salute, dove si sottolinea il declino della quota di spesa sanitaria sostenuta dal settore pubblico, all’Ambiente, dove si evidenzia come punto di forza il trattamento delle acque reflue e come criticità forte l’inquinamento atmosferico e la conseguente esposizione al PM2.5, problema grave anche in Lomellina, una politica fiscale che vede l’Italia agli ultimi posti tra i paesi Ocse soprattutto perché a fattori comuni ad altri paesi – peso rilevante delle imposte su reddito da lavoro, elevato cuneo fiscale, elusione fiscale internazionale delle imprese – si aggiungono peculiarità quali una stratificazione degli interventi, «non sempre con obiettivi coerenti», un eccessivo peso delle «tax expenditures» (agevolazioni, esenzioni, detrazioni, ecc), «un basso VAT revenue ratio (VRR) che misura la performance» dell’Iva «confrontando le entrate effettive rispetto a quelle potenziali».
Giuseppe Del Signore


