Osservatorio 09-10 / Un tempo per ogni cosa

«C’è un tempo per ogni cosa». La saggezza di Salomone nel libro dell’Ecclesiaste suona come un ritornello che invita a fermarsi e riflettere. È saggezza umana, ma molto spesso diventa una vera e propria azione di fede quando a essere chiamate in causa sono realtà, vite e situazioni di quel frammento dell’universo che è la vita dell’uomo e il suo cammino nella storia. Non sembri un volare troppo in alto questo recupero della parola nel frangente che la Chiesa diocesana sta vivendo: una situazione che dovrebbe essere normale e che invece, alla luce dei recenti avvenimenti, assume sempre più il tono di una guerra di schieramenti.

Le nomine dei sacerdoti alla guida delle parrocchie rientrano infatti nell’ordinaria amministrazione della vita di una diocesi, chiamata non tanto a «gestire delle risorse» quanto ad aiutare comunità e pastori a impiegare sempre meglio quei talenti che il Signore ha messo a disposizione. Perché questi fruttifichino al massimo, come accade alle piante, è spesso necessario un travaso o, per restare nel linguaggio evangelico, una potatura. Come ogni taglio e cambio di terreno, è inevitabile che questo porti dolore. Ma quando l’inevitabile diventa catastrofe, l’esito è un surreale campo di battaglia, dove superiori, presbiteri e popolo di Dio si affrontano in una guerra di nervi che logora e sfilaccia la «veste bella» della Chiesa. Le armi in campo in questo scontro sono le più disparate: si va dal ricatto morale al coinvolgimento dei mezzi di comunicazione, fino al ricorso a manifestazioni «di massa». Lo scopo è uno e apparentemente efficace: confondere per ritardare i tempi e mettere in imbarazzo chi deve prendere una decisione. Inutile disquisire sulle responsabilità: si finirebbe soltanto per creare ulteriore amarezza, e in questo momento non ce n’è bisogno. Altrettanto sterile l’atteggiamento di chi sta alla finestra ad analizzare, anche con competenza e discernimento, le strategie messe in campo dall’una e dall’altra parte. «C’è un tempo per ogni cosa». E il tempo dello scontro chiede a chi ne è coinvolto di fare la propria parte. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ricorda Paolo ai Corinzi.

È la ferita di una Chiesa che fatica a rinnovarsi: emozioni e sentimenti sovrastano la ragione, mentre fini non sempre limpidi vengono perseguiti attraverso improponibili alleanze.

Una ferita che brucia in ogni singolo battezzato, chiamato a sentirsi coinvolto in prima persona, e da un’intelligenza fraterna capace di farsi compagnia e sostegno per chi quelle decisioni deve subire, magari anche di malavoglia. È una conversione. Certo. Perché chiede un cambio di mentalità per abbracciare un’obbedienza non militaresca, ma evangelica. Un’obbedienza che nasce dalla consapevolezza, già intuita da Manzoni nei suoi Promessi sposi, che «Dio non toglie una gioia ai suoi figli se non per prepararne una più certa e più grande». Non è un ideale astratto, ma l’unica via d’uscita per trasformare una guerra in un cammino di trasformazione e di rinnovamento. Significa guardare, e imparare tutti insieme a guardare, a quel fine più grande che è la vitalità di comunità sempre più capaci di annunciare il Regno. C’è un tempo per guardare, per ragionare, per discernere. E c’è un tempo per agire, scendendo in campo e raccogliendo la sfida della comunione. Quel tempo è oggi.

don Carlo Cattaneo

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