Mons. Gervasoni: «Non ci appassioniamo più al bene»

In questo approfondimento ci stiamo interrogando sulle “parole della rabbia” o meglio sulle parole che né i giovani né il resto della società sembrano più trovare. Nella riflessione siamo partiti da un testo di Quasimodo, «Mi chiedi parole. Ma il tempo / precipita come un masso sulla mia anima / che vuole certezze». È questa l’età che stiamo vivendo?

«Questi fatti ci colpiscono e ci inquietano. Sembrano illogici e senza senso, ma anche ci impauriscono e mettono ansia. La prima reazione è quella di cercare il senso e trovare le parole che permettano di ricondurre a un alveo ragionevole e governabile le spinte che, invece, oggi alterano le regole della convivenza. “Mi chiedi parole”, dice il poeta. Come quando il genitore fa ragionare il figlio quando si comporta male, al fine di ricondurlo a una consapevolezza che impedisca in futuro il ripetersi del comportamento sbagliato. Di solito accade così, ma l’efferatezza delle azioni e la loro insensatezza suggeriscono che qui non funzioni così. Soprattutto colpisce che autori di queste azioni siano i minorenni, persone ritenute non in grado di agire così. E allora, ecco l’emergere di una parola: “rabbia”. La rabbia c’è e si giustifica perché è senza parole e senza parola. Emotività pura e incontrollata che si accende e si spegne, non si sa bene il perché, ma che deve sfogarsi. Non è questo ciò a cui Quasimodo allude quando parla del “tempo che precipita sull’anima e chiede certezze”. Questo “tempo” presuppone la capacità dell’anima di percepire il destino e il disegno del destino, che non si sazia con le parole degli uomini. Queste parole degli uomini assomigliano a chiacchiere e ondeggiano come opinioni che soddisfano il momento, ma non danno certezze di fondo.

Roma, 24 ottobre 2026
Manifestazione a Roma
Cortei contro la Guerra, contro il governo e il Carovita. FOTO SICILIANI GENNARI/SIR

Evocazioni importanti e ricche di provocazioni intellettuali e morali. Io vorrei, però, ricordare che questi eventi non sono strani. Ci sono sempre stati, benché con modalità diverse. La rabbia personale e sociale ci sono sempre stata. La Bastiglia ricorda qualcosa al proposito… ma anche la contestazione studentesca del secolo scorso era violenta. Le ragioni e le parole erano diverse. Le guerre, le faide, gli anni di piombo, i muri e i reticolati ci sono sempre stati. L’aggressività fa parte della vita dell’uomo e il suo controllo è sempre stato un problema e una risorsa dell’umanità. La stessa proposta cristiana della redenzione indica la soluzione divina di questo dramma umano»

Perché siamo arrabbiati e aggressivi? Non solo i giovani, in tutti gli ambiti umani e in tutte le relazioni sembra affiora la logica dello scontro, della furia. È solo una percezione e a cosa è dovuta?

«Nella storia ci sono epoche in cui la pace si assesta un po’ di più, in altre, invece, dilaga la violenza. Sembra che ormai stiamo vivendo in un’epoca che crede di trovare nella violenza e nella forza la soluzione di problemi complessi anche perché quel livello di problematica non viene né messo a tema, né percepito con la dovuta serietà. La difficoltà e il pericolo sono che la forza chiede modelli semplici e riduttivi per potere agire. La dimensione morale diventa quella procedurale. Le ragioni della vita sono zittite. Chi subisce, allora, trova uscita solo nella forza e nella rabbia. Trovare le ragioni di un’aggressività diffusa e sotto pelle richiederebbe studi approfonditi e analisi più precise. La sensazione è quella che oggi basta poco per ottenere reazione aggressiva avversa, con partecipazione emotiva al di sopra del necessario.

Le ragioni di questo possono essere legate, da un lato, alla condizione di opulenza e di ampia possibilità di accesso facile ai mezzi, alle prestazioni e a ciò che soddisfa il desiderio. D’altro lato, c’è anche la percezione del diritto ad avere tutto.

Tale percezione fa del desiderio personale l’arbitro quasi assoluto del comportamento e della relazione con la mancanza di percezione che anche l’altra persona vive la stessa dinamica, ma riferita a se stessa. Vengono così a mancare alcune componenti della decisione etica, quali la percezione della precarietà della vita, il bisogno dell’alleanza con l’altro per vivere, la necessità di elaborazione faticosa del desiderio, il convincimento dell’opportuna necessità della disciplina interiore, la scarsità di momenti di interiorizzazione e di dialogo con gli altri in modo costruttivo. Soprattutto mi sembra che siano troppo poche le esperienze di gratuità e di fiducia reciproca per qualcosa di bello e di grande per tutti. Non ci appassioniamo al bene, ma continuiamo a soddisfarci nel piacere sempre variabile per non essere noioso. L’atteggiamento sociale diventa quello della presunzione dell’osservanza da parte di tutti delle regole di comportamento, dell’attesa di risposte congruenti a ogni richiesta personale, dell’indisponibilità a elaborare i no e le contrarietà. Infine mi pare che la cultura odierna porti a un costante atteggiamento di distrazione che rinvia le ragioni di controllo personale alla sensazione immediata, senza il coinvolgimento profondo delle ragioni dell’esistenza e della sua indisponibilità»

Nella ricerca delle parole e dei numeri per descrivere il contesto odierno, ne spicca uno: più di metà della spesa di welfare è rivolta “al passato”, alla previdenza, cui si somma quella sanitaria che per il 60% è rivolta agli over 65, solo il 12.7% all’istruzione, per così dire al futuro. Che Italia raccontano questi numeri?

«Questa domanda sposta radicalmente il punto di attenzione, ma introduce in modo subliminale la convinzione che ai problemi sopra indicati si risponda con l’assegnazione di risorse economiche. Non è così, ma certamente questa dimensione è vera e importante, soprattutto in riferimento ai giovani. In Italia e in parte anche in Europa questi numeri indicano una possibile situazione di paradosso legato all’insostenibilità dello stesso sistema del welfare oggi. Sull’insieme della popolazione, dobbiamo dire che un terzo non lavora perché giovane, un terzo non lavora perché è pensionato e un terzo lavora. Il terzo giovanile non produce ricchezza, ma la consuma. Il terzo anziano non lavora, ma assorbe risorse pubbliche e consuma. Il terzo di mezzo produce ricchezza, consuma e può consumare ricchezza pubbliche. Questa proporzione sembra sempre più insostenibile. Ma la domanda pone in modo scorretto la questione perché attribuisce il 60% agli anziani pensionati e il 12.7% all’istruzione. Il welfare di riferimento non è omogeneo, per cui definire che si destina poco al futuro è fuorviante, perché introduce un’ulteriore possibilità di conflitto sociale tra generazioni, invece che cercare di avvicinarle. Questo rinvia alla tragica situazione dell’atteggiamento politico presente oggi in Italia in cui la partecipazione al bene comune è molto bassa e l’impianto generale del rapporto tra società e Stato non corrisponde alla realtà sociale di oggi»

Come è possibile leggere questi fenomeni dal punto di vista spirituale e pastorale?

«È proprio in campo spirituale che vanno cercate le risposte, perché l’elaborazione personale e sociale del senso della vita richiede l’atteggiamento della testimonianza e dell’alleanza con gli altri nel rispetto rinnovato delle condizioni generali della vita e della realtà.

Il riferimento fondativo alla persona di Gesù come elemento di verità dell’uomo, ossia la fede in lui, permette di cambiare l’approccio alla vita e di riferirla all’atteggiamento della ricerca continua del bene e all’amore come regola fondamentale di vita.

Questa trasformazione permette ai credenti in Cristo di elaborare una vita comunitaria ecclesiale, al cui interno vigono regole molto simili a quelle della società, ma con equilibri e motivazioni specifiche e capaci di annuncio e di condivisione anche per coloro che non credono in questo modo. Il nuovo programma pastorale di quest’anno affronta alcune di queste questioni sottolineando proprio il rapporto tra testimonianza di vita, vita comunitaria e dinamica istituzionale e politica. Agli incontri sinodali previsti rinvio l’invito di dare risposta a questa domanda».

don Carlo Cattaneo

Le ultime

Mortara, a scuola arrivano i corsi di romeno

A lezione di lingua, cultura e civiltà romena, ma...

L’Inchiesta / All you can eat, così cambia la cena e… il territorio

Sorgono nella maggior parte dei casi ai bordi delle...

Mortara, la morte di Francesco Ancona fu un omicidio: esclusa l’ipotesi del suicidio

È stata depositata in questi giorni la consulenza autoptica...

Le parole della rabbia, oltre la violenza

Più di metà della spesa sociale in Italia è...

Login

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui