Pur nell’orrore dei lager, c’è chi provava a sognare un mondo migliore. D’altra parte, quando si ha diciott’anni non si può pensare che al futuro: «Quando tornerò – scriveva Giuseppe Loew nell’ottobre del 1944 dal campo di prigionia di Bolzano – tutto riprenderà più bello e sereno». Loew era giovane, e quando nelle sue lettere rassicurava la madre probabilmente ci credeva davvero, che presto le cose sarebbero andate meglio: pochi mesi dopo da quella missiva, a Dachau (Germania) tutti i suoi sogni, e la sua vita stessa, furono spezzati per sempre dalle sevizie naziste. Perché fosse imprigionato lì dentro, era presto detto: era un partigiano, ma soprattutto era un ebreo. E tanto bastava.
L’ECCIDIO Giuseppe Loew (che in realtà era un “juden” solo da parte di padre, anch’esso imprigionato e ucciso) è uno degli ebrei legati al territorio lomellino che durante la Seconda Guerra Mondiale fu catturato e deportato nei lager nazisti. Nato a Milano, e riparatosi a Villa Biscossi a causa delle persecuzioni razziali, Loew era divenuto in breve tempo leader della “Compagnia Grieff”, una formazione partigiana composta da ex prigionieri alleati, soldati sbandati, renitenti alla leva.
Al momento dell’arresto, a Lomello, fu pizzicato con tre rivoltelle in tasca e 3600 volantini da distribuire: nonostante le torture della “Brigata nera” di Pavia, non rivelò mai i nomi dei suoi compagni. Se la vita di Loew fu, in un certo senso, avventurosa, mantenere un basso profilo non faceva troppo la differenza per i nazifascisti: Leon Vita Morelli, commerciante nato a Breme nel 1891, era da poco più di un mese tornato a vivere in Lomellina da Modena quando, nel febbraio del ‘44, fu portato via dalla forza pubblica. L’essere un decorato eroe di guerra non lo salvò dalle persecuzioni: nel maggio dello stesso anno morì infatti nelle camere a gas di Auschwitz. La stessa sorte capitò alla quasi totalità della famiglia Sacerdote, originaria di Mede:
undici persone tra coniugi, figli e nipoti delle quali se ne salvarono solo tre.
STRANIERI Vita ancora più difficile la ebbero gli ebrei stranieri sul territorio, spesso in domicilio coatto presso alcuni paesi lontani dalle grandi vie di comunicazione: commovente in questo senso fu la vicenda di Paula Bick, cittadina tedesca in domicilio forzato a Gravellona e arrestata nel 1943 assieme al figlio Max Simon, precedentemente internato in provincia di Cosenza. Simon era in Lomellina quasi per caso, in visita alla madre, accordatagli dopo numerose richieste. Fosse rimasto in Calabria, sarebbe probabilmente scampato alla deportazione ad Auschwitz, dove entrambi persero la vita. C’è chi invece sopravvisse, con l’aiuto di un po’ di fortuna: è il caso di Moses Schaffer e Reisel Bier, coniugi di origine polacca, finiti in domicilio coatto a San Giorgio Lomellina e integratisi bene nella comunità locale. A salvarli, dopo il primo arresto nel ’43, paradossalmente la salute precaria di Bier, che fu rilasciata per ragioni mediche, mentre nel ’45 fu il 25 aprile, e la conseguente fine della guerra, a causarne la liberazione.
I due tornarono a San Giorgio, per un po’: poi, come tanti ebrei sopravvissuti, scelsero di costruirsi una nuova vita in Israele.
VICINI Anche Vigevano aveva la sua piccola comunità ebraica, tormentata e ferita dalle leggi razziali e all’interno della quale si consumarono tante storie, alcune a lieto fine (come quella di Leon Rudich, il “dutur russ”, che fu costretto a un esilio in Svizzera prima di tornare nella città ducale), altre più amare. Una di queste si svolse a due passi dalla redazione de L’Araldo, in via Rocca Vecchia 14: qui, presso la famiglia Felini, erano ospiti tre ebree sfollate da Milano. Tutte straniere (Augusta Freund e Hermine Schwolka cecoslovacche e Adele Konig tedesca) nel corso del ‘43 furono arrestate in altre parti d’Italia: di loro sopravvisse solo Adele, la più giovane.
Alessio Facciolo



