Andrea, per lavoro curi i social di una squadra di basket e sei addetto stampa della Federazione sport invernali: discipline diversissime, quasi due mondi differenti. Quando nasce la tua passione per lo sport?
«La mia passione nasce fin da giovanissimo. Ho sempre praticato sport: calcio innanzitutto, come quasi tutti, ma anche basket e tennis. Sono cresciuto guardando e seguendo praticamente ogni disciplina, a parte due o tre eccezioni. Lo sport è sempre stato parte della mia vita, prima come pratica amatoriale e poi come grande passione da spettatore. Era qualcosa che mi accompagnava ogni giorno: partite in televisione, giornali, discussioni con gli amici. Non era solo intrattenimento, ma un linguaggio comune».
Quando questa passione si è trasformata in professione?
«Il passaggio è avvenuto tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, quando è esploso Internet. Si sono moltiplicati i siti che parlavano di sport e, attraverso un amico, ho avuto l’opportunità di entrare nella redazione di Sportal.it. Per me è stata una vera palestra: arrivavo da una formazione completamente diversa dal giornalismo, dato che ho studiato Giurisprudenza, quindi di fatto dovuto imparare tutto sul campo. Scrivere, verificare le fonti, stare sui tempi, capire cosa fa notizia e cosa no, sono tutti aspetti che ho imparato grazie a quella redazione».
Che tipo di esperienza è stata quella in redazione?
«Fondamentale. Sportal in quel periodo era molto seguito e aveva una dimensione internazionale. Ho imparato il mestiere, ho iniziato a entrare in contatto con gli atleti e a conoscere da vicino il mondo dello sport professionistico. Seguivo il Parma che in quel periodo era una delle squadre italiane più forti e la Formula Uno. È stata un’esperienza durata un paio d’anni, ma decisiva per il mio percorso. È lì che ho capito che quella poteva diventare davvero la mia strada».

Nel 2002 arriva una svolta importante. Cosa succede?
«Il caporedattore con cui lavoravo passò alla Federazione Italiana Sport Invernali (Fisi), che stava potenziando la propria attività di comunicazione. Mi chiese se volessi provare questa nuova esperienza. Accettai, anche se lo sci lo avevo praticato da ragazzo ma non lo seguivo in modo approfondito. Era il periodo successivo alla grande epoca dei campioni italiani, si stava chiudendo un ciclo e se ne stava aprendo un altro. Anche la comunicazione sportiva stava cambiando, con Internet sempre più centrale. Era una sfida nuova e stimolante».
Da lì inizia un lungo percorso negli sport invernali. Che bilancio fai?
«Siamo nel 2026 e siamo quasi alle nozze d’argento con questa esperienza. È stato un percorso straordinario che mi ha portato a viaggiare praticamente in tutto il mondo, salvo i Paesi più caldi per ovvi motivi. Ho partecipato a sei Olimpiadi, a partire da Torino 2006, e a una quantità enorme di Mondiali tra sci alpino, discipline nordiche e biathlon. È un lavoro che mi ha dato tantissimo, professionalmente e umanamente. Ho visto generazioni di atleti crescere, affermarsi, vincere e anche attraversare momenti difficili. Questo ti insegna molto, non solo sullo sport ma sulle persone».
In particolare, cosa ti ha lasciato l’Olimpiade di Milano Cortina 2026?
«Dal punto di vista degli addetti ai lavori, la cosa più bella è stata tornare in scenari di vera montagna. Le ultime due edizioni, tra Corea e Cina, avevano poco a che fare con la tradizione autentica degli sport invernali. Ritrovare le Alpi, l’atmosfera, la cultura della montagna è stato importante. E poi le Olimpiadi hanno ancora la capacità di unire: per qualche settimana si mettono da parte divisioni e polemiche, e si riscopre un forte spirito di appartenenza. Questo è un valore enorme».
Hai seguito la Nazionale italiana sul campo, protagonista di un’Olimpiade da record. Che esperienza è stata per te?
«Sono stato nel Nord-Est, tra Cortina e le altre sedi. Ho avuto la fortuna di assistere a diverse medaglie azzurre, vivendo momenti davvero emozionanti. Penso, per esempio, alle imprese di Federica Brignone, che ha saputo ancora una volta dimostrare il suo valore in una cornice olimpica. Essere presente, respirare l’atmosfera, condividere quei successi con atleti e staff è qualcosa che non si può raccontare fino in fondo: bisogna viverlo. In quei momenti capisci perché fai questo lavoro».
A proposito di Federica Brignone, c’è stato anche un simpatico scambio legato a Vigevano con protagonisti i ragazzi della Elachem…
«Sì, è stato un episodio molto bello. Abbiamo avuto uno scambio sui social in cui le ho parlato della realtà della Elachem Vigevano, la Nuova Pallacanestro Vigevano 1955. È nato quasi per gioco, con complimenti reciproci tra mondi sportivi diversi, ma c’è stata apertura e interesse da entrambe le parti. Non c’è una promessa ufficiale, perché in questo periodo gli impegni degli atleti sono tantissimi, però l’idea che possa venire a vedere una partita al palazzetto ci fa piacere. Sarebbe a tutti gli effetti un segnale importante:
significa creare ponti tra discipline diverse, far dialogare la montagna e il parquet. E sarebbe anche un bellissimo messaggio per i ragazzi.
Cosa lascia Milano-Cortina a Vigevano e in generale al territorio lomellino?
«Credo che un evento come Milano-Cortina lasci qualcosa anche a una città come Vigevano, che pur non essendo sede di gara è molto vicina a Milano e ne assorbe inevitabilmente gli umori e l’entusiasmo. Ho seguito personalmente il passaggio della torcia in città e ho visto una partecipazione sentita, un coinvolgimento autentico. È stato un momento simbolico ma molto forte. Le Olimpiadi hanno questa capacità quasi magica di unire: per qualche settimana ci si ritrova sotto un’unica bandiera. Questo clima arriva anche nei territori limitrofi, crea orgoglio, senso di appartenenza, voglia di fare comunità. Per Vigevano può significare sentirsi parte di qualcosa di grande e internazionale, ma allo stesso tempo vicino. Può essere uno stimolo per le realtà sportive locali, perché eventi così riaccendono l’interesse dei giovani e rafforzano l’idea che lo sport sia uno strumento di crescita sociale».
Parallelamente c’è la tua grande passione per il basket che riguarda molto da vicino Vigevano, una città che vive di questo sport. Vuoi spiegare da dove nasce?
«È una passione che mi porto dietro da tantissimi anni. Sono stato a lungo tesserato come tifoso dell’Olimpia Milano e ho sempre seguito con attenzione anche le vicende della squadra di Vigevano, fin dai tempi della Serie A nel 2009-2010. Il basket mi ha sempre affascinato per ritmo, intensità e senso di comunità».
Negli ultimi anni sei entrato attivamente nel progetto della società della Elachem Vigevano. Come è successo?
«Circa tre anni fa si è presentata l’occasione di dare una mano concreta alla società per aiutarla a crescere. L’ho fatto con entusiasmo e continuo a farlo con piacere. Per me è soprattutto divertimento e passione, compatibilmente con gli impegni lavorativi. Credo molto nel valore sociale di quello che stiamo costruendo».
Si parla di Vigevano come della “Salonicco d’Italia”. È una definizione che ti trova d’accordo?
«È un’espressione forte, ma rende l’idea della passione che si respira. È giusto avere ambizione e lavorare per far crescere il livello della società. Stiamo cercando di radicarci sempre più nel tessuto sociale, coinvolgere i giovani, riempire il palazzetto e portare avanti progetti che aiutino non solo il basket, ma anche la città».
Quanto è importante il lavoro sul territorio e sui giovani?
«È centrale e fondamentale allo stesso tempo. Abbiamo avviato collaborazioni con altre realtà, ampliando di parecchio la nostra rete. L’obiettivo non è solo migliorare l’aspetto tecnico, ma far crescere i ragazzi con i valori dello sport: rispetto, impegno, senso di squadra. È un progetto in continua espansione, che guarda al futuro con ambizione ma anche con responsabilità. Di certo vogliamo porre le basi affinché i ragazzi del territorio lomellino possano avere un futuro dentro la pallacanestro».
Edoardo Varese



