Ripartire dai legami contro la solitudine demografica

«Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Le parole di Cesare Pavese pescano in una verità secolare, per un cittadino romano una delle punizioni peggiori era essere allontanato dall’Urbe, nel Medioevo l’individuo si definiva in funzione della comunità in cui era inserito, tanto che i lebbrosi, i peggiori di tutti i malati (in un’epoca in cui alla malattia si associava la colpa dei peccatori che attraverso essa erano puniti), erano cacciati dalle città, ma è ancora possibile «non essere soli» se il nucleo che compone la società, cioè la famiglia, non è più una molecola fatta di legami ma un atomo fatto di individui? A Milano come a Bologna le “famiglie” formate da una persona sola sono più della metà e Vigevano e la Lomellina, pur non essendo centri principali e anzi nel secondo caso un’area interna, seguono una tendenza simile, con una dimensione media di 2.2 componenti nella città ducale e a Mortara (Istat 2024).

FERMO IMMAGINE L’effetto congiunto di denatalità e invecchiamento della popolazione colpisce in particolare la provincia di Pavia, che tra quelle lombarde è quella che ha le famiglie più piccole soprattutto per la situazione di Oltrepò e Lomellina, tanto che quasi 4 famiglie su 10 sono formate da una sola persona ovvero non sono famiglie. Se a Milano il primato della “monade” è edificato su studenti e giovani single e quindi si associa a un certo dinamismo, nel territorio pavese sembra il riflesso della staticità; le fasce di popolazione più giovani e dinamiche si allontanano, restano le famiglie “mature” in cui i figli studiano altrove o si sono già trasferiti in via definitiva e quelle composte da anziani. E infatti a Gambarana, Cozzo, Langosco, Semiana, Nicorvo già oggi la dimensione media di queste è inferiore alle 2 unità, cioè più di metà sono formate da una persona sola.

DOPING Senza dimenticare che questi dati

sono “dopati” dalla presenza delle famiglie con almeno un componente di origine straniera, che statisticamente hanno un’età media più bassa, comprendono più figli e dunque hanno una dimensione maggiore.

A livello provinciale oltre il 40% delle famiglie con solo membri di cittadinanza italiana sono formate da un solo individuo, mentre quelle con almeno una figura di origine straniera hanno tra 2.8 e 3.1 componenti: eliminando queste, Vigevano e Mortara sarebbero già prossime a scendere sotto la soglia delle “coppie” (2 membri).

PAVESI ANZIANI Il censimento della popolazione residente in Lombardia, pubblicato da Istat ad aprile e relativo al 2024, fornisce ulteriori informazioni, indicando come

in Lombardia, come nel resto del Paese, si è raggiunto un nuovo record di denatalità

(e il Nord-Ovest è il territorio con la più alta presenza di coppie senza figli, 34.5%), «l’età media si innalza da 46.2 a 46.4 anni» e tra le province Pavia è quella più anziana (47.4 anni). In area pavese abita il 5.4% di tutta la popolazione lombarda e il 5.6% di tutti gli stranieri (che incidono per il 12.6% sul numero dei residenti, leggermente al di sopra della media regionale) e se il saldo demografico è positivo (+0.6%) è solo per il saldo migratorio estero, nonostante un tasso migratorio interno che è il più alto della Regione, spinto probabilmente dalla progressiva gentrificazione dell’Hinterland milanese che spinge chi ha redditi medi e medio-bassi a cercare soluzioni abitative meno care al di qua del Ticino.

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PREVISIONI Un fenomeno che dovrebbe consentire a Vigevano e in parte anche a Mortara di veder crescere la popolazione nei prossimi decenni e di frenare in parte l’invecchiamento. “Le previsioni comunali della popolazione” di Istat indicano un possibile incremento demografico in entrambe, con la quota di over65 che nella città ducale passerà dal 25.1% attuale al 31.2% del 2050, cioè se oggi ogni quattro persone che si incontrano per la strada una ha più di 65 anni, a metà secolo sarà una ogni tre. Non è questo il destino dell’area interna, che invece le stime di Istat vedono invecchiata e depopolata;

Mede dovrebbe perdere un quinto dei residenti, il 35.2% dei quali nel 2050 sarà over65.

LEGAMI Cosa c’entra tutto questo con la solitudine? Tutti questi numeri si possono riassumere nel fatto che in futuro ogni persona sarà più sola e sarà privilegiata se dividerà la casa con qualcuno, con una frammentazione delle comunità che si annuncia più marcata di quella odierna. A meno che… a meno che i legami spezzati non siano ricomposti in qualche modo dalla politica (non solo quella degli amministratori e dei partiti, ma anche quella partecipata dei cittadini). Scrive Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera riferendosi a Milano, «non abbiamo idea di quante solitudini e fragilità, fisiche e psichiche, nasconda una città […] Se si dà poco valore al lavoro di cura, solitudini e malattie, in deciso aumento per ragioni demografiche, peseranno ancora di più sulla società allargando le differenze tra classi di reddito […]

Una rete di assistenza, pubblica e privata, fatta non solo di aiuti, ma di relazioni e accompagnamento per uscire dalla povertà o per non perdere, nella malattia, la propria dignità di cittadini, è essenziale.

Un investimento anche nella sicurezza, oltre che nella solidarietà, virtù civica nella quale il nostro Paese è fortunatamente generoso». Perfino il bullismo, secondo gli studiosi di Neodemos, potrebbe essere alimentato dalla «solitudine demografica» perché «i bambini sono pochi, sparsi, non esiste una comunità intorno all’infanzia perché ormai l’infanzia è fenomeno raro, sempre meno collettivo». La “comunità del cortile” evocata in un articolo del 2025, dove i bambini potevano giocare e litigare all’aperto, imparando a “cavarsela”, spiega il testo, senza l’immediata presenza di un adulto (ma con una mamma o un papà sempre nei paraggi), era come il paese di Pavese, «anche le famiglie non erano sole. Una solitudine psicologica che tanti studi evidenziano, ma anche una solitudine demografica che segna il nostro tempo». E di cui prendersi cura.

Giuseppe Del Signore

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