Può raccontarci qualcosa del suo primo incontro con la musica?
«Il mio incontro con la musica è avvenuto in diverse fasi. Da piccolo si limitava all’ascolto casuale di ciò che soprattutto mia madre ascoltava: generi diversi, ma ricordo tendenzialmente caratterizzati da vocalità calde e ballabili. Intorno ai 12 anni un mio caro amico acquistò un organo elettronico a due tastiere e a quel punto mi si aprì un mondo di timbri e di possibilità infinite di sperimentazione, che assolutamente non conoscevo e non immaginavo, avendo esperienza solo di una piccola Bontempi di poche ottave. Cominciai così lo studio amatoriale del pianoforte, con un bravo maestro del mio paese, che mi portò alla scoperta graduale del repertorio classico. Questo divenne poi una passione totalizzante intorno ai 17 anni e da lì dedicarmi alla musica fu un passo quasi naturale e obbligato».
Il suo curriculum parla delle sue esperienze italiane ed estere: ha lavorato con molte orchestre che differenza avverte rispetto alle orchestre italiane?
«Più che le orchestre in sé, è il ruolo e il riconoscimento della musica dal punto di vista sociale che è molto diverso nei vari paesi. Questo comporta un differente approccio al mestiere di musicista, che in Italia, paradossalmente, è molto meno riconosciuto e professionalmente gratificato rispetto ad altri paesi. Il che costringe spesso le orchestre italiane, quando non siano quelle poche che abbiano una struttura solida e stabile, che però nel nostro paese si contano sulle dita al massimo di due mani, a sopravvivere nella contingenza, non permettendo una progettualità a lungo termine. È così che in Italia troviamo delle enormi potenzialità musicali che spesso faticano ad esprimersi. Questa mancanza di “tranquillità” professionale e di possibilità progettuale è una delle principali differenze che si possono percepire lavorando in altri luoghi dove la musica viene molto più riconosciuta nella sua piena dignità professionale».
Quando ha deciso di fare della musica una carriera vera e propria?
«Avendo cominciato a dedicarmi agli studi accademici relativamente tardi, i primi anni sono stati decisamente cauti, cercando di tenere sempre un piano B pronto, che nel mio caso era piuttosto gratificante e per nulla di ripiego, essendo la docenza di Lettere, materia che tuttora coltivo e che considero assolutamente complementare alla musica, nel caso non avessi trovato le opportunità per inserirmi nel settore. Gradualmente qualche occasione si è presentata e, tra alcune ben sfruttate e altre totalmente sprecate dall’inesperienza, è arrivato il momento in cui, presentandosi anche la possibilità di iniziare la docenza in Conservatorio, ho fatto una scelta. Da lì si sono presentate più opportunità, che tuttora mi auguro siano sempre in crescita».

Lavorando con musicisti provenienti da tutto il mondo, come riesce a metterli insieme?
«Una delle caratteristiche della musica, almeno di quella che comunemente definiamo molto genericamente “classica”, è di avere una serie di “codici” comuni riconosciuti e praticati in ogni parte del mondo. Diciamo che è l’”oggetto musicale” che ci accomuna e quindi lavorare insieme, per quanto provenienti da luoghi estremamente lontani, non è assolutamente un problema. Inoltre il direttore d’orchestra, più che mettere insieme, coordina diverse competenze, prendendo decisioni, certo, e dando una linea di pensiero, ma è la professionalità stessa del singolo musicista a far sì che sappia inserirsi nel modo giusto all’interno del contesto orchestrale. Il direttore ha poi il compito di creare le condizioni, umane ed esecutive, affinché le diverse individualità possano esprimersi al meglio come “orchestra”. A questo, perciò, contribuisce non tanto la provenienza geografica dei musicisti, quanto la loro esperienza professionale».
Quali sono i suoi compositori e solisti, cantanti, preferiti?
«È una domanda alla quale, se anche volessi, non saprei rispondere. Ho avuto e avrò la fortuna di lavorare con musicisti di straordinaria bravura che, naturalmente, sanno eccellere nel repertorio che più si confà alle loro caratteristiche. Ci sono periodi, generi, stili diversi che esigono peculiarità differenti, ma, anche all’interno di ciò, il margine interpretativo è talmente vasto che una qualunque scelta limiterebbe lo sguardo. Per quanto riguarda i compositori, sono solito rispondere, in modo un po’ evasivo e anche “comodo”, che il mio autore preferito è quello che sto studiando in quel momento. Seppur spesso vero, non posso negare di avere dei punti fermi intoccabili, ma sono così tanti che faticherei ad elencarli. Questo lo ritengo uno dei massimi privilegi dell’essere musicista. Chiaro che se proprio potessi portarmi un solo compositore sulla Luna, allora sceglierei Bach».
E della sua esperienza di docente, cosa le piace sottolineare?
«È una delle parti del mio essere alla quale penso non potrei rinunciare, perché appartiene al bisogno di condivisione della Bellezza che rappresenta uno dei motivi della mia scelta musicale. Nella docenza, poi, non solo si condivide la Bellezza, come nell’esecuzione musicale, ma si contribuisce a forgiare degli animi affinché la sappiano percepire e riconoscere. I giovani hanno una carica energetica strepitosa, ma proprio questo rende il lavoro di docente particolarmente carico di responsabilità, perché a volte è come maneggiare energia nucleare, altre come tagliare pietre preziose: potenza e fragilità messe insieme.
Penso però che la responsabilità più grande sia sempre il rispetto, nei confronti degli studenti e della materia che si insegna; il rispetto è lo strumento più potente che esista.
Cosa pensa dell’Orchestra “Città di Vigevano”? Cosa è cambiato da quando è diventato direttore? Come vede il suo ulteriore potenziale di crescita?
«L’Orchestra “Città di Vigevano” è una bellissima realtà, in cui hanno fortemente creduto dapprima i fondatori, tra i quali Manuel Signorelli, attuale presidente, e Piero Corvi, attuale responsabile musicale, e nella quale ora crediamo ancora e più di prima tutti noi e il pubblico vigevanese, che in questi anni ci ha premiato e gratificato con una presenza sempre in crescita costante. È un’orchestra che sa coniugare la professionalità dei suoi componenti, provenienti naturalmente non solo da Vigevano, ma anche da numerose altre città, con il radicamento al territorio. Io ho cominciato a collaborare con l’Orchestra nel 2014 e ho visto una continua volontà di sviluppo e miglioramento, che ci ha portato a lavorare con artisti di livello internazionale e a proporre programmi che, di solito, appartengano a realtà ben più consolidate. Quello che vedo per questa Orchestra è sicuramente una crescita ulteriore, visto le alte potenzialità che la caratterizzano e la grande progettualità che ne sottende le scelte».

Quali sono state le esperienze, con l’Orchestra città di Vigevano, più intense? Quelle più difficoltose?
«L’esperienza più intensa è stata vederne la costante crescita qualitativa e progettuale, mentre quella più difficoltosa, a parte ovviamente il periodo del Covid, disastroso per il nostro settore, è sempre quella di dover trovare instancabilmente il modo di sostenerne l’attività, sebbene ormai riconosciuta e continua negli anni».
C’è stata, in assoluto, per lei un’esperienza determinante? Quella che ha fatto la differenza e condizionato le scelte successive?
«Diverse esperienze sono state determinanti, ma non necessariamente musicali. Credo che per un musicista, ma più in generale per chi lavora con materiale artistico, ogni ambito della propria esistenza vada poi a confluire nell’atto artistico, raramente direttamente, il più delle volte indirettamente. Posso dire che a un certo punto ho scoperto la musica essere per me un mezzo comunicativo privilegiato e necessario e ciò è avvenuto intorno ai 19 anni, quando diventa impellente trovare una propria modalità di espressione».
Dove si vede tra 10 anni?
«Spero ovunque io e i miei cari possiamo essere sereni. Se pure con la musica, sarà ancora più bello».
Isabella Giardini


