L’Intervista / Leonardo Monopoli, la musica nell’inconscio

Qual è secondo te il più grande compositore di tutti i tempi?

«Senz’altro Johann Sebastian Bach. Per le Giornate Bachiane lo scorso aprile ho avuto modo di suonare alcune sue composizioni all’organo Lingiardi nella chiesa di San Pietro martire a Vigevano, e devo dire che a livello acustico è uno strumento adattissimo al repertorio di Bach e del primo ‘900. La meccanica è molto dura, bisogna usare un po’ di forza per mandare giù i tasti, ma la resa sonora è perfetta. Amo molto anche le composizioni di Goffredo Petrassi, Bela Bartok, Claude Debussy e György Ligeti».

La musica per organo è prevalentemente religiosa ma trova spazio anche in altri settori. Pensiamo all’uso che ne ha fatto un compositore come Ennio Morricone nelle colonne sonore di film gialli e western, o all’uso dell’organo Hammond nel jazz…

«Vero. Ci sono brani organistici di Bach che non hanno nessuna attinenza con la musica sacra. E l’organo più grande del mondo si trova in una sala conferenze in America. In Germania poi c’è una ricca tradizione di musica d’organo non sacra. Le proiezioni dei primi film muti ad esempio, oltre che al pianoforte, erano accompagnate dal vivo dall’organo, spesso un Wurlitzer, che è molto più versatile di quelli da chiesa, e può riprodurre suoni di tamburi, cembali, dello xilofono, del pianoforte e non solo. E la tradizione americana di intrattenere il pubblico con musica d’organo durante le manifestazioni sportive, come le partite di baseball, nasce dal fatto che nel XX secolo gli organi a canne erano una delle poche cose che potevano produrre un suono abbastanza forte da essere sentito in tutto lo stadio, proprio come sono sempre stati lo strumento preferito per chiese e cattedrali».

Come ti sei avvicinato alla musica? C’era già qualche artista in famiglia che ti ha trasmesso questa passione?

«A dire il vero, no. Quando frequentavo le elementari mi appassionava il pianoforte, così ho iniziato con quello, poi mi sono avvicinato al repertorio barocco e ho cominciato a suonare non solo trascrizioni per piano, ma versioni per strumenti come l’organo e il clavicembalo. La mia passione per la musica nasce fin da piccolissimo, i primi ricordi che ho dell’infanzia sono associati all’ascolto della musica di autori come Bach e Vivaldi, cosa che mi ha portato subito a sentire l’esigenza d’intraprendere lo studio del pianoforte. L’amore per l’organo, invece, è venuto molto più tardi. Un giorno mi capitò di andare ad un concerto di organo e quello che ne uscì fu un misto di sensazioni ed emozioni, anche contrastanti, che però provocarono un centro di gravità nel mio essere. Potrei parlare per ore di quelle sensazioni, che d’altronde sono le stesse che provo ogni volta che sento un organista suonare. Quindi salii nella cantoria per conoscere l’organista e l’organo, e in quell’istante capii quale sarebbe stato il mio futuro, così iniziò il mio percorso che mi ha portato a compiere gli studi accademici».

Studiare uno strumento, soprattutto se polifonico, è un’esperienza che tutti dovrebbero compiere; questo ha procurato in me la scoperta di tutta quella tavolozza di emozioni sviluppata dallo schiacciare due o più note contemporaneamente.

Come sei diventato autore di musica? Quella per la composizione è una passione nata parallelamente a quella per il pianoforte e l’organo, o è arrivata più tardi?

«È nata nei primi anni di conservatorio a Frosinone, grazie a un corso di cui nemmeno conoscevo l’esistenza. Da allora mi sono dedicato più alla composizione che all’esecuzione, privilegiando la musica elettronica. Le mie musiche sono caratterizzate da un abbraccio tra lo strutturalismo iper-razionale e una componente più aleatoria, ma sempre atonale, cioè non basata sulla scala tonale occidentale. È una sintesi delle tecniche contemporanee dagli anni ’50 ad oggi, unite alla componente elettronica, con l’accostamento di strumenti acustici a sintetizzatori e computer, il tutto in una dimensione ludica, giocosa».

Leonardo Monopoli

Qual è lo strumento che ti è piaciuto di più suonare?

«Il più grande era a Roma, un Mascioni nella basilica del Sacro Cuore di Gesù, davanti alla stazione Termini. Ma ci sono molti organi più piccoli del ‘600, particolarmente adatti alla musica antica. A Vigevano mi sono trovato molto bene con un altro Mascioni, quello dell’istituto Negrone, ora purtroppo inutilizzabile. È uno strumento abbastanza versatile a livello fonico, con un suono molto intimo e accogliente. La scorsa domenica ho suonato sul Lingiardi della chiesa di San Francesco un repertorio dell’Ottocento italiano, soprattutto di autori del nord, oltre al romano Filippo Capocci. Il periodo romantico italiano, che è più vicino all’opera lirica, nasce nel tardo ‘700 con compositori come Pietro Domenico Paradisi, e agli inizi del ‘900 diventa più drammatico e meditativo. Il Lingiardi di San Francesco è uno degli organi più belli e sonoricamente imponenti della città, nonché il più integro e meglio conservato. Poi ricordo ancora con piacere due concerti di Natale, sempre a Vigevano, nel 2023 alla Madonna della neve e nel 2024 alla Madonna degli angeli».

A cosa serve la musica?

«È qualcosa di insito in noi; nel nostro inconscio siamo propensi a creare musica fin da quando nella preistoria la sera ci si riuniva intorno a un falò per rituali con canti, balli e i primi strumenti a percussione. Non possiamo vivere senza la musica;

io per primo ho sempre sentito una spinta in questo senso, una curiosità, una forte passione che mi lega saldamente a ciò che faccio.

Qual è la situazione dell’insegnamento musicale nelle scuole italiane dell’obbligo?

«Dal settembre 2023 mi sono trasferito dal Lazio a Vigevano dopo aver vinto un concorso per un posto di insegnante di musica, e adesso sono impegnato in due scuole medie, dove ci sono certe classi in cui si lavora bene, nonostante due sole ore settimanali. I ragazzi però hanno poco interesse per le canzoni di 10 o 20 anni fa, figuriamoci per la classica o l’opera lirica. C’è stato un lento ma significativo cambiamento di gusto, nelle generazioni degli ultimi anni. Eppure bisogna cercare di far capire ai giovani che la musica leggera contemporanea, quella che piace a loro, passa tutta da lì, dalle basi della classica. C’è un aspetto culturale, un bagaglio artistico che dovremmo conoscere, e che i ragazzi possono collegare ad altre materie di studio, come storia e lettere. Sotto questo punto di vista sono comunque molto positivo: vedo che gli studenti si appassionano».

Cosa ti senti di dire ai tuoi allievi, e più in generale ai ragazzi di oggi, riguardo la musica?

«Non bisogna avere paura di sperimentare, ma provare ad ascoltare tutto, per avere una visione critica globale e al tempo stesso soggettiva, e lasciarsi andare alla musica senza preconcetti».

Davide Zardo

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