L’Intervista / Maria Pia Pagani, la “custode” della Duse

Lei è una dei massimi esperti di Eleonora Duse. Come si è avvicinata a questa figura, legata alla Lomellina in quanto nata a Vigevano? 

«È partito tutto con una ricerca sulla storia del teatro russo. Scoprire che il successo in Russia di D’Annunzio e della Duse – che a San Pietroburgo fece tre tournée – ha avuto una portata internazionale è stato un approccio importante. Ho riscoperto una quantità incredibile di documenti, lettere, recensioni, manifesti, che ho poi usato come materiale per la tesi del dottorato in Filologia moderna. La tesi di laurea trattava anche l’aspetto della cultura teatrale russa, passando dall’antropologia religiosa alla riforma di Carlo Goldoni. È venuto tutto un po’ da solo, tra archivi e fonti d’epoca, con risultati molto interessanti sia per la fortuna di D’Annunzio e della Duse, sia per quanto scritto sui giornali russi. E poi c’è tutta una storia di migrazioni, di persone che hanno conosciuto la Duse in Russia e successivamente l’hanno nuovamente incontrata in Italia. L’ho scoperto attraverso una serie di corrispondenze epistolari, carteggi, telegrammi, cartoline, che mi hanno permesso di ricostruire gli spostamenti dell’attrice e di queste persone. Le ho fatte parlare tra loro: la cosa più difficile è stata mettere in relazione questi documenti, da cui si vedeva che qualcuno, ad esempio, inviava alla Duse tre lettere a Roma e poco tempo dopo le scriveva mentre era a Torino. Il tutto è stato possibile grazie ad archivisti, collezionisti privati ed eredi di persone che le avevano scritto. Il caso della Duse è vitale perché evidenzia come si sia spostata molto per lavoro, e la cosa, a quell’epoca, non era scontata per una donna:

aveva una libertà d’azione non usuale, andava e veniva a suo piacimento e contrattava con gli impresari in prima persona, con eccezionali capacità decisionali.

Come scriveva Eleonora Duse? 

«Va detto che la sua era una scrittura particolarissima, eccentrica, che la portava ad andare a capo quando voleva. Non aveva frequentato scuole regolari, dato che i genitori si spostavano in continuazione per lavoro, ma aveva un forte desiderio di farsi capire. Quando mi sono immedesimata in lei e sono entrata in questa modalità, ho capito che scriveva lettere come se fossero poesie, e ho trovato la chiave per trascriverle in un testo che, pur non reggendo sempre la sintassi, avesse una sua compiutezza e un senso. Tenendo conto di questa prosa lirica, potrei rieditare molte sue lettere in modo diverso da quanto pubblicato finora da altri. Andare a capo fa la differenza e dà un grande fascino a queste lettere. Chi la conosceva aveva davanti dei fogli che rispecchiavano pienamente la sua personalità». 

Come si sente a essere depositaria di una simile “eredità”? 

«È una grande responsabilità, e me ne sono resa pienamente conto durante l’organizzazione di un convegno in Cina nel 2017, per il centenario del film “Cenere”, unica interpretazione cinematografica dell’attrice. So di impegnarmi molto, e la cosa strana è che, quando sono partita con quella ricerca per il dottorato, non pensavo a tutto quello che sarebbe venuto dopo: è quasi come se fossi stata presa per mano dalla Duse e da D’Annunzio. Ho scoperto che in questo lavoro ci vogliono passione, curiosità e anche “fiuto” per chi non parla in modo ufficiale, come quella nobildonna di Torino che aveva conservato un fascio di lettere della “divina”. Bisogna trovare connessioni dove meno ce lo si aspetta, andare per tentativi, frugare negli archivi, e questo permette di entrare in uno spaccato d’epoca. A quei tempi la cultura non era ancora sdoganata: c’era molto analfabetismo eppure non erano pochi quelli che si scrivevano lettere. Una grande fonte di informazioni è costituita proprio da quella fetta di popolazione che poteva lasciare una traccia. È un po’ un lavoro da detective, che ti consente di entrare in una dimensione di gioco, di divertimento. Sono grata di poter conoscere quel tempo, ed è importante vedere come il nome dell’artista abbia camminato nel tempo e come, in base allo scorrere dei decenni, se ne possa avere una percezione diversa, dalla giovinezza alla maturità fino alla vecchiaia. È bello attingere alle fonti d’epoca, ma anche poter parlare di lei pur senza averne avuto un contatto diretto. La Duse non ha lasciato un archivio unitario: non c’è un unico luogo in cui fare ricerche, e questo mi ha spinto a ragionare sulle fonti che mi capitava di trovare di volta in volta, ma anche su ciò che già sapevo. In questo lavoro – come in molti altri – più pratichi, più diventi esperto: è come mettere insieme i tasselli di un mosaico. Le fonti originali, come le lettere della Duse, sono molto preziose, anche perché i biografi del passato erano piuttosto condizionati dal mito. Questo spiega, ad esempio, il fatto che secondo alcuni di loro l’attrice sarebbe nata a Chioggia e non a Vigevano: in realtà la sua famiglia era molto nota e radicata nella città veneta, e questo ha influenzato le prime biografie». 

Maria Pia Pagani

Qual è il legame dell’attrice con Vigevano? 

«Se vogliamo vedere, va oltre la nascita. È opinione diffusa che Eleonora non abbia mai voluto tornare nella città ducale, quasi come se si vergognasse di esservi nata di passaggio, dato il mestiere dei genitori, attori girovaghi molto meno famosi di quanto sarebbe poi diventata lei. Io sono invece convinta che sia tornata a Vigevano in altre occasioni, probabilmente in incognito o comunque senza attirare attenzione, almeno per ottenere gli atti di nascita e di battesimo necessari a potersi sposare, oltre al passaporto, che andava rinnovato frequentemente. Il legame con questa città, in cui credo sia tornata almeno quattro o cinque volte, è più profondo di quanto non si creda e va oltre la celebrità della Duse, assumendo una valenza di ordinarietà quotidiana. In questo senso possiamo dire che Eleonora Duse “ha avuto bisogno” di Vigevano. Credo di poter affermare con certezza che il suo matrimonio – avvenuto a Firenze il 7 settembre 1881 – fu solo civile e non religioso. Se si fosse sposata in chiesa avrei trovato il certificato nei registri parrocchiali; invece, nell’archivio vescovile fiorentino non ce n’è traccia». 

Parliamo ancora della Russia, dove la Divina era molto apprezzata. 

«Eleonora Duse diceva che il popolo russo aveva capito meglio di tutti la sua arte, e lo prova il grande successo riscosso a San Pietroburgo. Ho svolto uno studio sulle ammiratrici della Duse nell’Europa dell’Est e ho scoperto una grande ricchezza umana. E poi pensiamo agli scrittori russi, grandi indagatori della psicologia e dell’animo umano: Dostoevskij, Tolstoj, Čechov. Quest’ultimo ammirava la Duse per la sua capacità di comunicare emozioni profonde attraverso la recitazione, trascendendo le parole stesse, come testimonia la sua famosa frase: “Recitava così bene che mi sembrava di comprendere ogni parola”. In realtà questi due giganti, che si ammiravano reciprocamente, non riuscirono mai a incontrarsi di persona; eppure anche questo rapporto, direi mancato, ha lasciato una traccia. Lei rivoluzionò il teatro con la sua interpretazione psicologica e spirituale, influenzando Čechov e la sua opera. Anche i “fiaschi”, gli insuccessi, hanno inciso sulla vita di Eleonora. Perché esaminò cinque copioni e li scartò? Perché in certe città ci furono spettacoli di sole tre repliche? È interessante cercare di analizzare anche ciò che è andato male, non solo i successi». 

E adesso un ricordo di suo padre Pietro Pagani, che è stato anche un collaboratore del nostro settimanale. 

«Papà faceva il commerciante ma scriveva come giornalista per “L’Araldo” e per “L’Informatore Lomellino”, occupandosi nel primo caso di eventi religiosi e nel secondo di cultura. Era molto amico dei due direttori di allora, rispettivamente don Emilio Pastormerlo e Giancarlo Torti, che ricordo ancora come un vero gentiluomo d’altri tempi. Mio padre seguiva visite pastorali, mostre di pittura, concerti, convegni e conferenze. Girava sempre con un registratore portatile e, quando tornava a casa, passava l’intera notte a “sbobinare”, trascrivendo il contenuto dei nastri sulla macchina per scrivere, per poi consegnare gli articoli in redazione il giorno dopo. Mio padre è morto quando avevo 24 anni e al suo funerale hanno concelebrato diversi sacerdoti suoi amici, tra cui padre Nunzio De Agostini, don Gianfranco Zanotti, don Felice Locatelli, don Paolo Sampietro e don Giovanni Zorzoli, di cui ricordo ancora le toccanti parole: “Se sono prete lo devo a Pietro, con cui da bambino andavo a fare il chierichetto da monsignor Dughera”. Papà mi portava alla sagra dell’oca a Mortara, dove abitavamo, alla festa del Beato Matteo a Vigevano, a vernissage e concorsi di poesia. Anche oggi, quando vedo genitori che portano con sé i bambini ad assistere a eventi culturali, provo una tenerezza enorme».

Davide Zardo

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