Mario, quando è nata la tua passione per la fotografia?
«Avevo circa vent’anni e in casa mia c’è sempre stata la macchina fotografica di mio padre, ma non l’avevo mai presa in mano. Anzi, al dire il vero la guardavo e non ci capivo molto. Poi, in quegli anni mi sono fidanzato e il primo Natale insieme, la mia ragazza mi chiede cosa volessi come regalo, così le ho detto: “Se vuoi farmi un regalo, prendimi una macchina fotografica, almeno potremo conservare i nostri ricordi“. E così ho ricevuto come regalo una Praktica B200, una macchina per i più sconosciuta, ma molto valida e da lì è iniziato tutto. All’inizio fotografavo semplicemente i momenti trascorsi insieme, poi ho scoperto il piacere di osservare ciò che mi circondava: un fiore, un paesaggio, una luce particolare. È stata una passione cresciuta poco alla volta».
All’epoca imparare a fotografare era molto diverso rispetto a oggi.
«Completamente diverso. Ogni fotografia aveva un costo perché si acquistava il rullino, si portava in negozio a svilupparlo e a stampare le immagini e tutto questo significava spendere soldi. Quindi prima di premere il pulsante ci pensavi non una, ma anche dieci volte. All’epoca ogni scatto era ragionato e ogni errore pesava, mentre oggi il digitale permette di fare centinaia di fotografie senza alcun costo. Imparare a fotografare in analogico è stata una scuola importante, perché ti obbligava a osservare la scena, valutare la luce, scegliere l’inquadratura migliore prima ancora di scattare».
Hai imparato tutto da autodidatta?
«Praticamente sì. Negli anni Ottanta, almeno qui in paese, non c’erano corsi e chi praticava fotografia erano davvero pochi. Ho iniziato comprando riviste specializzate, leggendo articoli, studiando le prove delle macchine fotografiche e sognando davanti ai cataloghi. Inconsciamente cominci a interessarti a un obiettivo, come funziona, come si fa a cambiarlo, dove lo trovi ed è così che piano piano ho imparato. Ricordo che ogni mese aspettavo con impazienza l’uscita delle riviste di fotografia, era il mio modo di imparare e soprattutto sognare perché i prezzi erano alti e i soldi in tasca pochi. Così frequentavo qualche piccolo negozio di fotografia dove si trovava materiale usato. Erano anni bellissimi, perché ogni nuova scoperta sembrava un traguardo».
E da questa passione è nato poi il Gruppo Fotoamatori Cassolese, giusto?
«Esatto. Piano piano mi sono accorto che in paese c’erano altre persone con la stessa passione e abbiamo iniziato a uscire insieme per fotografare e da lì è nata l’idea di fondare un circolo fotografico. Era il marzo del 1986 quando, davanti al notaio Domenico Battaglia, abbiamo costituito ufficialmente il Gruppo Fotoamatori Cassolese. Eravamo in otto membri allora e la prima sede era in biblioteca, poi nel corso degli anni ci siamo spostati in oratorio e dopo ancora dove c’era il bar “Serenilla”, fino ad arrivare all’attuale sede nella scuola materna del Molino del Conte, dove siamo ormai da oltre venticinque anni. E proprio nel 2026 il gruppo festeggia quarant’anni e conta 27 soci consolidandosi come una realtà molto unita che continua a crescere».

Quanto è stato importante l’incontro con chi aveva più esperienza di voi?
«Fondamentale. Ricordo con enorme affetto il fotografo Turolla. Il sabato sera ci trovavamo nel suo laboratorio, portavamo una bottiglia di vino e lui ci insegnava a sviluppare e stampare il bianco e nero. Erano serate che finivano anche alle due o alle tre del mattino. Da lui abbiamo imparato la camera oscura, il valore della stampa, il significato di ogni fase del processo fotografico. Ancora oggi conservo parte di quell’attrezzatura e, quando capita, organizzo serate per far conoscere ai più giovani come si lavorava una volta. Purtroppo molti fotografi non hanno mai visto una camera oscura e non immaginano l’emozione di vedere comparire lentamente un’immagine nella bacinella dello sviluppo».
Negli ultimi anni il Gruppo è cresciuto molto, anche grazie al Concorso Nazionale di Fotografia Cassolnovo.
«Sì, ed è una soddisfazione enorme. Quest’anno abbiamo ricevuto quasi 950 fotografie provenienti da tutta Italia, con autori arrivati perfino dalla Calabria. È un risultato che ci rende orgogliosi, perché significa che il nome del nostro circolo è ormai conosciuto a livello nazionale. Negli anni precedenti eravamo intorno ai 700-800 scatti, mentre quest’anno siamo arrivati a ben 934 fotografie. Non è solo un passatempo, perché dietro un concorso del genere c’è tantissimo lavoro. Bisogna infatti selezionare una giuria qualificata, organizzare ogni dettaglio e dedicare un’intera giornata alla valutazione delle opere. Ma vedere la partecipazione aumentare ogni anno ripaga di tutti gli sforzi».
Ma oltre alla fotografia, ti sei dedicato anche agli audiovisivi?
«È una passione nata qualche anno dopo. All’inizio si lavorava con i proiettori per diapositive, sincronizzando immagini e musica. Era tutto molto più complicato rispetto a oggi perché servivano attrezzature costose e tanta pazienza. Così ho seguito corsi e seminari in diverse città italiane e ho iniziato a partecipare ai concorsi dedicati agli audiovisivi, fino a portare questa pratica anche a Cassolnovo con la manifestazione “Primavera in diaporama” che quest’anno festeggia i trent’anni. Un’occasione dove abbiamo sempre invitato fotografi noti nel settore a livello nazionale che praticano audiovisivi, alcuni dei quali arrivavano da Firenze e Arezzo».
Per te i concorsi sono anche un momento di formazione.
Assolutamente sì. Molti pensano che servano soltanto a vincere un premio, ma non è così. La cosa più importante è vedere cosa fanno gli altri fotografi. È lì che impari davvero. Guardare immagini diverse dalle proprie, confrontarsi con linguaggi nuovi e discutere le fotografie è la migliore scuola possibile.
Fotografando da tutti questi anni non solo hai coltivato una passione, ma anche una vera e propria capsula del tempo di Cassolnovo.
«Sì, senza quasi accorgermene ho documentato oltre quarant’anni di vita del paese. Ho fotografato luoghi, persone, tradizioni, lavori che oggi non esistono più. Penso ai circoli dove si ritrovavano gli anziani, alla macellazione del maiale che era una vera e propria festa, alle cascine, agli animali da cortile e alle auto di quel periodo. All’epoca sembravano scene normali, quasi banali, ma oggi invece sono diventate testimonianze preziose. Una fotografia acquista valore con il passare del tempo e quello che oggi consideriamo ordinario domani potrebbe raccontare un pezzo di storia».
C’è uno scatto a cui sei particolarmente affezionato?
«Sì. È una fotografia del “Cavetto”, un piccolo corso d’acqua nella campagna di Cassolnovo. L’ho realizzata in una giornata con una luce davvero speciale e con quello scatto ho vinto il mio primo concorso fotografico. Da allora ho ricevuto altri premi, ma quella fotografia continua a essere una delle più care, perché rappresenta l’inizio del mio percorso».
Molte tue mostre raccontano il territorio e le persone.
«È quello che mi interessa di più. Ho dedicato un progetto a un pastore di pecore, seguendolo nella sua vita quotidiana fino a realizzare una mostra e un libro fotografico che poi gli abbiamo regalato. Un altro lavoro importante è stato quello dedicato al mondo contadino, nato seguendo per due anni un agricoltore di Cassolnovo. Mi alzavo alle cinque del mattino per fotografare il suo lavoro nei campi, condividendo con lui le giornate. Da quell’esperienza è nata una mostra stampata su pannelli di legno 40×60 che è stata esposta anche fuori paese e che ancora oggi porto nel cuore».
Tra i progetti più apprezzati c’è anche “Ci metto la faccia”.
«È una mostra a cui sono molto legato. Ho ritratto una quarantina di persone di Cassolnovo nel loro ambiente di lavoro, cercando di raccontarne la personalità attraverso la fotografia. Non ho scelto i soggetti a caso, perché dietro ogni ritratto c’era una riflessione. C’erano il parroco, il muratore, la parrucchiera, l’infermiera e tanti altri. Volevo creare uno spaccato autentico della comunità ed è stato emozionante vedere come tutti abbiano partecipato con entusiasmo».
Che consiglio daresti a un giovane che oggi si avvicina alla fotografia?
«Di osservare molto e fotografare con consapevolezza. Il digitale è uno strumento straordinario, ma non deve sostituire il ragionamento. Una bella fotografia nasce prima nella testa che nella macchina fotografica. Bisogna guardare il lavoro degli altri, studiare, confrontarsi e raccontare storie. È questo che rende una fotografia capace di lasciare qualcosa nel tempo».
Rossana Zorzato


