L’Araldo ha intervistato il vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni, in occasione dell’anniversario della fondazione della Diocesi per riflettere sulla missione di questa istituzione.
Qual è oggi la funzione, in un contesto non più cristiano?
«La diocesi non è un ente astratto, ma frutto di convergenze di situazioni storiche legate all’evoluzione di una determinata comunità cristiana. Il legame tra apostolo e comunità è talmente stretto che non c’è vescovo senza diocesi e viceversa. È la connessione tra la testimonianza apostolica e l’accoglienza della fede confessata e testimoniata nella carità che forma la Chiesa. La diocesi è la prima forma concreta della comunità credente attorno alla fede dell’apostolo (e dai successori, i vescovi) che testimonia il Risorto. Se non c’è questo non c’è salvezza! È la conseguenza della logica dell’Incarnazione: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), quindi quando il Signore è in mezzo a noi accade la salvezza, e la Diocesi è la comunità di coloro che credono in Cristo e si radunano attorno al Vescovo, successore degli apostoli».
La festa della Diocesi può essere l’occasione di domandarci quale figura di Gesù testimoniamo, in continuità con la nostra storia e con sguardo profetico al tempo presente.
Qual è il rapporto tra territorio, istituzioni e Diocesi?
«Innanzitutto mi preme ricordare che la Diocesi appartiene alla Conferenza Episcopale Lombarda: dunque ci lega a un percorso con gli altri vescovi lombardi che dà buoni frutti. È importante sottolineare che nel contesto regionale sono tante le realtà importanti per noi e che sono coordinate tra diocesi lombarde, basti pensare alle iniziative della Caritas e della Pastorale Giovanile, come al mondo dell’Iniziazione Cristiana e del Sociopolitico. Questo legame vale anche nel contesto civile, in quanto siamo inseriti in un legame molto stretto perché gran parte dell’amministrazione delle nostre parrocchie e delle altre realtà pastorali dipende dalla relazione con gli enti locali. Inoltre la nostra tradizione che ci lega come comunità al territorio: siamo una popolazione inserita in un contesto di piccoli paesi in una popolazione abbastanza coesa, in quanto i valori di riferimento sono molti simili rispetto alle aree urbane dove la comunità cristiana risulta essere in minoranza».

Come vede il territorio della diocesi di Vigevano in rapporto agli ambiti di cui Lei è responsabile nella Conferenza Episcopale Lombarda, cioè giovani, sanità e sociopolitico?
«Nell’ambito sanitario noi conosciamo le figure dei Cappellani degli ospedali o delle RSA, la pastorale sanitaria affidata ad alcuni volontari e la visita a casa dei malati e anziani. Da approfondire invece è la pastorale della disabilità e della gestione di situazioni di cronicità e di servizi domiciliari. La pastorale sanitaria deve interessare tutta la comunità: c’è bisogno di figure che diano un ritorno importante sulla qualità cristiana della vita della comunità prendendo spunto dalla condizione del malato che – con la sua sofferenza – narra alla coscienza di chi è sano la verità della condizione umana, fragile e mortale e non illusoriamente invincibile. Circa la pastorale giovanile invece si sta lavorando in ambito regionale per il coordinamento degli oratori, dei Grest e dell’Iniziazione Cristiana. È necessario però riflettere su alcuni capitoli importanti, quali la differenziazione di cammini specifici per adolescenti e giovani, oppure le problematiche delle caratteristiche della spiritualità dei giovani, segnata da una fede vissuta diversamente dal passato».
Per la pastorale del sociopolitico invece il lavoro da fare è ancora tanto: come Diocesi non abbiamo posto abbastanza attenzione e per questo il programma pastorale del prossimo anno affronterà questo tema… ma lo approfondiremo a tempo debito.
Quali prospettive importanti vede per il futuro della Diocesi?
«La dimensione missionaria della pastorale della Chiesa porta a rivedere la comunità all’interno della società e della cultura. Prima tutta la vita della parrocchia ruotava attorno al parroco, ora con le Unità Pastorali l’amministrazione pastorale di più parrocchie è affidata a uno o più preti, in collaborazione con laici, religiosi e diaconi. Questo cambiamento determina un cambio di impostazione e di metodo: la vita della comunità viene condivisa e si costruisce assieme, imparando la logica fondamentale e impegnativa della sinodalità».
don Paolo Butta

