La sapienza è “cosa di cuore”. Non c’è dubbio che una frase del genere possa lasciare non poco sbigottiti. Siamo soliti infatti associare il “sapere” alla conoscenza intellettuale, all’intelligenza o alla cultura… insomma a tutte quelle cose che fare con la “testa” e con il cervello. Invece la Parola questa domenica ci spiazza, proponendoci un “sapere” che viene dall’alto, che è dono da domandare e da ricevere, ma anche frutto di una scelta di vita molto concreta, legata al coraggio di “lasciare” per “trovare” qualcosa di più grande. Con tutta la fastidiosa e dolorosa pericolosità di “una spada a due tagli” la voce del Maestro colpisce il nostro cuore per porci una domanda:
fino a che punto sei disposto a rischiare per “essere perfetto”?
La richiesta che «un tale» (noi siamo più abituati a definirlo un giovane ricco, anche se Marco non accenna all’età del protagonista) porge a Gesù è in realtà già motivata dalla sapienza. A quell’uomo sta a cuore «avere la vita eterna». Questo significa che ha già capito che l’esistenza ha uno scopo e che questo è aggiunto soltanto quando si supera la prospettiva di un successo immediato e terreno e si punta all’essenziale, al fondamento, a ciò che dura per sempre. Il misterioso interlocutore ha ben chiaro “perché” l’uomo esiste: per vivere “in eterno”. Ciò che gli manca è intuire la strada per realizzare questo scopo. Ed ecco la domanda di sapienza. Ecco il chiedere una luce a Colui che si è presentato come «via, verità e vita». Nel dialogo fra i due emerge quanto la vita di questo “cercatore” sia stata già abitata da una scelta precisa: osservare i comandamenti, ossia porsi su quella vita del “pio israelita” indicata dai rabbini come via maestra per una vita buona.
Non sappiamo cosa si aspettasse di sentirsi dire da Gesù. Forse semplicemente un «vai avanti così». Quel che ci è noto è l’esito inaspettato dell’invito a «lasciare tutto e seguirlo»: la delusione e il ritorno sui propri passi. Cronaca di un fallimento o conseguenza di una “paura” che diventa carattere dominante della vita? Forse né l’uno né l’altro. Semplicemente la fatica di passare da una religiosità zelante a una fede che diventi orientamento di vita. Sì perché a giocare un ruolo fondamentale è il contrasto tra il “dare qualcosa di sé a Dio” in una vita di obbedienza ai comandamenti e alle tradizioni religiose e il “dare tutto” in un orizzonte nel quale la sequela coincide con la vita stessa. Cristo chiede questa come unica ricchezza sulla quale si regge l’esistenza del discepolo. Non ci sono mezze misure e la fatica di rispondere a una chiamata così alta è compensata e risolta da un affidamento totale a quel Dio per il quale nulla è impossibile. La vera sapienza diventa allora una scelta di rinuncia a ogni sicurezza per fare esperienza di una povertà (vera caratteristica di ogni uomo) che si trasforma in abbandono totale al Signore. La vita eterna comincia qui.
don Carlo Cattaneo


