«Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dov’erano, ma sono ovunque noi siamo». Queste parole fanno parte di un pensiero di S. Agostino, e ci introducono alla commemorazione dei defunti che ogni anno si celebra il 2 novembre. E’il periodo che i cimiteri sia quelli più grandi e monumentali, che quelli nei più piccoli paesi, sono presi “letteralmente” d’assalto, parenti e amici sono pronti a portare un fiore e a recitare una preghiera.
Questo giorno particolare serve sicuramente per riconoscere l’importanza che la persona ha avuto nella nostra vita e nella società, per rafforzare i legami: mantenere vivo il ricordo con la famiglia e la comunità. Naturalmente è un momento di riflessione e di conforto, sia per chi è rimasto e sia per chi è partito. Tutto questo ci fa pensare che non c’è nulla di definitivo e stabile sulla terra, ci viene in aiuto l’espressione latina “tempus fugit”, che a distanza di secoli, ci ricorda l’importanza di apprezzare e di non sprecare il tempo a disposizione, quel tempo riservato a ciascun individuo. Non è facile e tantomeno semplice parlare o pensare alla morte, vuoi per la paura che essa rappresenta, vuoi per le solite forme di superstizione che fanno parte della natura dell’essere umano. Ci viene in mente la massima del filosofo greco Epicuro: «Quando ci siamo noi la morte non c’è, e quando c’è la morte, noi non ci siamo». La morte invece fa parte della nostra esistenza, tutti abbiamo vissuto il doloroso distacco da familiari o amici, anche se in modi e circostanze diverse, abbiamo dovuto, nostro malgrado, conoscere le conseguenze di questo triste distacco. L’autore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra universalmente noto per essere l’autore del romanzo Don Chisciotte, rivolgendosi agli amici disse:
Non piangete, sono io che devo morire!
Gesù, ha impresso nell’animo umano il concetto che tornando dai morti, ci ha restituito la vita, lo troviamo scritto nel preconio, il canto liturgico della notte che precede la Pasqua: «morendo ha distrutto la morte e risorgendo ci ha ridato la vita». E così viene in mente il famoso detto popolare, forse derivato da un’antica saggezza contadina, secondo cui chi è morto è «passato a miglior vita». Quindi dopo aver celebrato la festa dedicata a tutte le persone che godono della presenza di Dio in Paradiso, oggi la Chiesa ci invita a pregare in modo speciale per i defunti. Attraverso la lettura del Vangelo possiamo immaginare la preoccupazione e l’incertezza degli apostoli quando ascoltavano Gesù che parlava della morte e della Risurrezione: è naturale che noi uomini, davanti alla morte, sentiamo anche preoccupazione e incertezza. Anche paura. È il momento finale, quello al quale ci siamo preparati da sempre e che sappiamo che un giorno o l’altro arriverà a tutti. In questo contesto, Gesù ci chiede di confidare in Lui. Di credere in Lui, perché in quel momento non ci lascerà soli e ci porterà nella sua dimora celeste. Per questo Gesù è la Via, perché non siamo noi a raggiungere il Cielo, ma è Lui che ci porta.
Gesù è la Verità perché nel momento formidabile della morte, tutte le verità che ci stanno attorno verranno meno davanti all’unica verità dell’amore di un Dio che dà la vita per i suoi figli e che aspetta solo che lo accogliamo. Infine, Gesù è anche la Vita, perché Egli, accanto a suo Padre, partecipa dall’eternità della vita divina, della quale, con la sua risurrezione, ha lasciato a tutti gli uomini una testimonianza incancellabile. Le tre liturgie di oggi ci invitano a fare memoria di quanti già hanno attraversato la porta della vita eterna e a custodire, nelle sofferenze presenti, la speranza potente che sostiene i credenti nel qui e ora della storia, illuminata dalla salvezza: risuona la certezza nella Risurrezione del corpo, promessa e culmine della fede in Gesù. Pensare alla propria morte è indispensabile per morire bene e prima ancora per vivere bene. Il cristiano non ha paura di guardare in faccia la morte. Le va incontro con fiducia consegnandosi nelle mani di Dio infinitamente misericordioso. Gesù illumina il nostro destino: «Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. E io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
don Antonio Mercuri



