Nel cuore del tempo pasquale, la liturgia della quarta domenica ci consegna una delle immagini più dense e consolanti del Vangelo di Giovanni: quella del pastore e della porta. Gesù non si limita a offrire un insegnamento morale, ma rivela qualcosa di decisivo sulla sua identità e sul modo in cui Dio si prende cura del suo popolo. In un contesto in cui le guide religiose spesso si erano dimostrate incapaci di condurre il gregge, Cristo si presenta come colui che entra per la porta, cioè nella verità e nella legittimità dell’amore, e non come chi scavalca per interesse o per dominio.
La sua voce è riconoscibile, familiare, capace di stabilire una relazione personale con ciascuno: le pecore ascoltano, riconoscono, seguono. È un dinamismo che dice fiducia, ma anche libertà, perché non c’è costrizione nel seguire il buon pastore, bensì attrazione. In questa domenica, tradizionalmente dedicata alla preghiera per le vocazioni, il testo evangelico acquista un rilievo particolare. La Chiesa è invitata a interrogarsi sulla qualità dell’ascolto: sappiamo ancora distinguere la voce del Signore tra le tante che affollano le nostre giornate? E soprattutto, siamo comunità capaci di generare e accompagnare vocazioni, cioè risposte personali a una chiamata che è sempre unica e irripetibile? Gesù si definisce anche “la porta”: un’immagine sorprendente che suggerisce passaggio, accesso, possibilità. Non un ostacolo, ma un varco attraverso cui entrare per trovare salvezza, libertà e vita in abbondanza. In un tempo segnato da smarrimento e ricerca di senso, questa parola risuona come una promessa affidabile: chi passa attraverso Cristo non resta deluso, ma scopre uno spazio ampio, dove poter vivere pienamente. La contrapposizione con il ladro e il brigante è netta: da una parte chi prende, sfrutta e disperde; dall’altra chi dona, custodisce e raduna.
È un criterio di discernimento attualissimo, anche per leggere le dinamiche sociali ed ecclesiali del nostro tempo.
La Giornata di preghiera per le vocazioni ci ricorda che il Signore continua a chiamare, ma chiede orecchie attente e cuori disponibili. Non si tratta solo di vocazioni al ministero ordinato o alla vita consacrata, ma di ogni chiamata a vivere il Vangelo nella concretezza della propria esistenza. Tuttavia, senza pastori secondo il cuore di Cristo, la comunità rischia di smarrirsi. Per questo la preghiera si fa urgente e necessaria: perché non manchino uomini e donne capaci di entrare “per la porta”, di vivere nella trasparenza del Vangelo e di guidare altri non verso se stessi, ma verso la vita vera che è Cristo. In fondo, è questa la buona notizia: non siamo lasciati soli, ma accompagnati da una voce che conosce il nostro nome e ci conduce verso la pienezza.
don Carlo Cattaneo


