Succede anche ai discepoli. Dopo la Pasqua, dopo la gioia incontenibile della Risurrezione, succede di tornare indietro. Di scivolare verso ciò che si conosce, verso ciò che è familiare. Pietro e gli altri decidono di tornare a pescare.

La scena è quasi paradossale: Cristo è risorto, la vita ha vinto la morte… e loro riprendono le reti, il lago, la barca. Forse è nostalgia. Forse è disorientamento. Forse è solo paura. Ma è incredibilmente umano. La terza domenica di Pasqua ci regala una delle pagine più tenere del Vangelo: Gesù, sulla riva del lago, che si lascia riconoscere nel modo più semplice e più bello – preparando la colazione per i suoi amici stanchi e scoraggiati. Dopo una notte di fatica e reti vuote, arriva la voce di qualcuno che, dalla riva, dice: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” E in quella domanda c’è già tutto il cuore di Dio. C’è la cura, c’è l’attesa, c’è la premura del Risorto che non giudica, ma accoglie. E poi l’invito: “Gettate la rete dalla parte destra della barca”. Il miracolo non è tanto la quantità di pesce, ma il fatto che le reti, da vuote, si riempiono quando si ascolta la voce di Gesù. È la storia di tanti di noi. Quando la vita si svuota di senso, quando le fatiche sembrano inutili, quando torniamo a “pescare” nei luoghi che non ci nutrono più, Dio si fa trovare lì.
Non ci rimprovera per essere tornati indietro. Non si scandalizza delle nostre incoerenze. Ci prepara semplicemente un fuoco, un pasto caldo, un momento di intimità.
E poi, nel silenzio, ci chiede: “Mi ami?”. È a Pietro che si rivolge, a quello che lo aveva rinnegato. A quello che aveva pianto, ma anche a quello che aveva promesso troppo in fretta. E glielo chiede non una, ma tre volte, per riscrivere una nuova storia dove prima c’era stata la paura. Questo Vangelo ci parla di un Dio che non cerca eroi, ma cuori veri. Che non si ferma ai nostri sbagli, ma li attraversa con delicatezza. È il Dio che ci viene incontro proprio nelle nostre notti più deludenti, che ci ripesca quando ci sentiamo falliti, e ci riconsegna una fiducia nuova: “Pasci le mie pecorelle”. Cioè: riparti, ama ancora, prenditi cura. La Pasqua non è un evento da celebrare, ma una vita da vivere. È una rinascita che comincia esattamente da dove pensavamo fosse finita. È la certezza che Dio ci aspetta sulla riva, ogni volta che torniamo con reti vuote e il cuore stanco. E che con Lui, anche la notte più sterile può diventare l’alba di un nuovo inizio.
don Carlo Cattaneo


