5 ottobre, XXVII Domenica Tempo ordinario

Tutti gli «indizi» suggeriti dai testi della Scrittura indicati per questa ventisettesima domenica del tempo ordinario sembrerebbero, a prima vista, articolare una riflessione sull’imponente «questione» della fede; tuttavia, appare fin dall’inizio quantomeno provocatoria l’esortazione che Paolo rivolge a Timoteo: «Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro» (2Tim 1,8a).

La stessa pericope evangelica (cfr. Lc 17,7-10) evoca la «figura» del servo, a tratti, in modo del tutto paradossale: insomma, quale servo, terminata una dura giornata di lavoro, logorato e stanco per la fatica, pensa di tornare a casa e trovare nientemeno che il padrone di casa nei panni di colui che serve a tavola? Il versetto evangelico conclusivo assai noto – «cosi anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10) – conferma l’opportuna «necessità» per il servo/testimone di «sparire», di «rendersi» invisibile, di manifestare in qualche modo l’«inutile» bontà del suo agire. Proprio in questo «spazio» nascono però le domande che, alla fine, abitano il cuore dell’uomo: Perché? Perché fare? Perché spendersi, spesso, senza alcun guadagno? Perché servire? Perché essere testimoni? Quale senso all’agire? Una risposta razionale, così come il perpetuare un’abitudine consolidata, appare del tutto insufficiente, manchevole, in altri termini, di una vera appropriazione del cuore, dunque, di un autentico coinvolgimento di tutto l’uomo. Potente, evocativa e «fondativa» appare l’espressione che Gesù rivolge agli apostoli: «se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso:

“Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17,6b).

Così, il «principio» della fede non costituisce esclusivamente la risposta, ma piuttosto un criterio di rilettura della vita, che nasce precisamente dal cuore per ricondurre al fondamento di tutto: Cristo. Il dinamismo della fede sposta la questione dal puro fare al riconoscimento delle intenzionalità che muovono l’agire credente. In altre parole, la fede – proprio perché dono – abilita il credente non solo a rileggere il vissuto, ma a percepire, scovare, individuare i segni della presenza del Signore: ci si rende così conto che, l’«inutilità» del servo, del testimone e del bene che ogni uomo può porre in essere consegue dalla «potenzialità» di rivelare qualcosa di più grande, appunto, l’amore di Dio che «assume le fattezze» della testimonianza cristiana. Proprio li si «nasconde» il senso più autentico della vita di ogni uomo. È vero, il testimone può «sparire», quasi annullarsi ma, forse, nella fede, trova nuova luce, traspare in (e attraverso di) lui un «qualcosa» di teologico che lo valorizza.

Proprio per questa consapevolezza, anche nei momenti più bui dell’esistenza – emblematico, a questo proposito, il grido di Abacuc: «fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione» (Ab 1,2-3a) – quando la certezza del bene compiuto finisce, nella migliore delle ipotesi, per essere fraintesa e, talvolta, diventa motivo di accusa, lì, nella fede, si ha la possibilità di «intravedere» quel «tocco» di Dio che mai ci lascia soli. Ancora una volta, per quanto possa sembrare complesso e difficile, i testi della Scrittura offrono uno spunto stimolante per tornare al fondamento della fede e, nell’essere in Cristo insieme come comunità cristiana, riconoscere con stupore come l’amore di Dio dia senso profondo, consapevolezza e rinnovata convinzione alla testimonianza della carità. Questo è forse ciò di cui la Chiesa ha davvero bisogno: riscoprire Cristo, per dare forma autentica alla libertà, comprendendo il senso profondo della confessione di fede.

don Guido Maria Omodeo Zorini

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