Comandamenti / Il possesso diventi dono

Più ci si addentra alla scoperta dei dieci comandamenti, più si fa l’esperienza di come Dio non si stanchi mai di parlarci.

DIO NON SI STANCA Se, per qualche motivo, dall’esterno ci possono apparire come un blocco statico, accogliendoli si sperimenta la vitalità che essi comunicano proprio perché sono Parola di Dio e non semplice parola di uomini. A noi cosa è chiesto? Innanzitutto di lasciarci toccare più che difenderci da essi. La cosa sorprendente sta nel fatto che passo dopo passo le Dieci Parole ci conducono davanti al volto di Gesù, perché è lui la Vita di cui qui si parla: esse si rivelano essere una nascosta biografia del cuore di Cristo. Si crea così un circolo virtuoso: più comprendiamo le Dieci Parole, più conosciamo Gesù Cristo sotto una prospettiva più luminosa, più ci lasciamo leggere dalla Parola di Dio, più conosciamo qualcosa di noi. “Noverim Te, noverim me”, “ch’io conosca Te e ch’io conosca me”: così pregava Sant’Agostino.

CIRCOLO VIRTUOSO Veniamo a noi, alla settima Parola. “Non rubare”. Nell’originale ebraico l’espressione usata sembrerebbe proibire il rapimento più che la rapina, in tal caso vedremmo allineati dalla quinta all’ottava Parola i diritti fondamentali della persona: la vita, il matrimonio, la libertà, l’onore, lasciando poi alle ultime due Parole di occuparsi di tutelare il diritto alla proprietà. Nell’interpretazione comune siamo tuttavia soliti concentrarci sul possesso e sulla gestione dei beni, raccogliendo dal settimo comandamento la proibizione di prendere o tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni. Entrano qui in scena tante questioni delicate quali il tema della proprietà privata, della giustizia, della solidarietà, della destinazione universale dei beni, dei rapporti con lo stato, mettiamoci pure il tema delle tasse, del giusto salario e compagnia bella. Insomma questioni grosse e spinose, confluite nella dottrina sociale della Chiesa.

QUESTIONI DELICATE Il Catechismo ci ricorda che “all’inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti. I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano” (2402), precisando che “la destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (2403).

L’uomo – si legge al paragrafo successivo – usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri” (2404).

FEDELTÀ RICHIESTA  Quanta sapienza in queste parole che ci ricordano che nessuno è padrone assoluto dei beni, ma tutti siamo amministratori e ad ogni amministratore è richiesta la fedeltà. Il possesso dei beni non è un peccato, ma una responsabilità, anche a far sì che non siano le cose a possederci fino a farci schiavi. Mentre molti vivono una corsa affannosa a possedere sempre di più, Dio, ricco di misericordia, si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Nella luce di Cristo, il comandamento “non rubare” risuona come invito serio ad amare con quello che siamo e con quello che possediamo, affinché la vita diventi buona e il possesso si converta in dono. Non i beni, ma l’amore ci fa ricchi per davvero!

don Paolo Ciccotti

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