Nella seconda disputa si oppongono a Gesù i sadducei, i sacerdoti del tempio; Matteo li qualifica con un’unica caratteristica: essi «dicono che non c’è risurrezione» (Mt 22,23).
LA VITA ETERNA Nonostante possa stupirci che i sadducei non credessero nella vita eterna, dobbiamo ricordare che questa verità di fede si è chiarita a poco a poco e che, ancora ai tempi del Signore, se ne discuteva; la contesa sembrava difficile anche perché non c’era accordo neppure sui libri che compongono la Bibbia: non si potevano perciò citare i brani che parlano apertamente di risurrezione, perché questi stessi passi non si trovano nella Legge o Torah (ovvero i primi cinque libri di ciò che, per noi cristiani, è divenuto l’Antico Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), che costituivano l’unica parte della Bibbia riconosciuta come tale dai sadducei. Proprio la fede nella risurrezione è il «laccio» che essi tendono a Gesù, citando una norma di Mosè: si tratta del cosiddetto «levirato», che obbligava un uomo a sposare la cognata rimasta vedova per dare discendenza al fratello defunto. I sadducei raccontano poi la storia di una donna rimasta vedova di ben sette fratelli e, alla fine, morta senza figli: «Alla risurrezione, dunque, di quale dei sette sarà moglie?» (Mt 22,28). Il «laccio» è teso: Gesù, infatti, non potendo ragionevolmente sostenere un’assurdità, cioè che la donna sarebbe stata moglie di tutti e sette i mariti, sarebbe stato costretto – secondo i Suoi avversari – a negare la fede nella risurrezione, contraddicendo così Se stesso e la Sua predicazione.
IL LACCIO TESO Gesù non risponde subito ma accusa i sadducei di non conoscere né le Scritture né la potenza di Dio; nega poi che alla risurrezione si prenda moglie o marito; cita infine un passo dell’Esodo (libro riconosciuto come biblico anche dai suoi avversari): «Quanto poi alla risurrezione, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mt 23,31-32; Es 3,6). Come può Gesù arrivare a questa conclusione, e trovare una prova della risurrezione in un testo che, apparentemente, non ne parla? Il Suo ragionamento è questo: quando Dio si rivela a Mosè, non dice che «era» ma che «è» il Dio dei patriarchi: non è soltanto una questione di stile, come se Dio, per rendere più vivido un ricordo del passato, decidesse di parlarne al presente; al contrario, quel «sono» significa che Dio lo è ora. La condizione per cui ciò sia possibile è che Abramo, Isacco e Giacobbe siano ancora vivi e, poiché non lo sono più in questa vita, devono esserlo nell’altra: ecco come anche la Bibbia, pur senza parlarne esplicitamente, prova la risurrezione! Non possiamo però immaginarla come la prosecuzione tout-court della vita presente, come invece suggeriscono i sadducei con la loro inverosimile storia sul matrimonio del quale, in realtà, a loro non importa nulla: è solo un pretesto «piegato» a ciò che pretendono di dimostrare, ovvero che non c’è risurrezione. Confrontandoci con loro, impariamo a scorgere, anche laddove apparentemente mancano, quelle promesse di bene che Dio ci fa già in questa vita, quel bene che Egli ci dona già ora, anche se forse in modo non appariscente… Avremo così un anticipo, nonché una «prova», del Suo dono più grande: quello della Sua stessa vita, della vita eterna, della risurrezione!
don Luca Gasparini


