Maggio dice automaticamente “mamma”. Esiste un’associazione antica fra questo tempo dell’anno e la figura materna, qualcosa che appartiene alla fibra più profonda del cuore di ogni cristiano. Lo sguardo si volge spontaneamente a Maria, la Madre per eccellenza, colei che più di ogni altra ha accolto come mistero grande l’origine della vita generata in lei. In lei la maternità non è solo un dato biologico, ma un atto di fede, una disponibilità totale che si apre al disegno di Dio.

Non è casuale, dunque, che proprio in questo mese si celebri la festa di tutte le mamme: si tratta di un’occasione preziosa per allargare lo sguardo e coinvolgere nello stesso abbraccio anche chi non si riconosce nella tradizione cattolica, ma condivide comunque l’esperienza universale dell’essere figlio. Un giorno speciale per celebrare le madri, certo; un giorno per dire grazie. Ma perché questo grazie non resti una parola vuota o rituale, occorre comprenderne fino in fondo le ragioni. Bisogna tornare alla propria esperienza di figliolanza, spesso data per scontata, e a quel legame intimo, quasi fisico, che nasce tra il figlio e la donna che lo ha portato in grembo. È un legame che non si esaurisce con la nascita, ma continua nel tempo, trasformandosi in presenza, cura, educazione. Una gestazione che non finisce mai davvero, perché ogni madre accompagna, corregge, sostiene anche quando il figlio cresce e prende la sua strada. Quante figure materne hanno segnato la storia. Quante volte le sorti del mondo sono passate attraverso la discrezione forte di donne che, pur rimanendo in secondo piano, hanno guidato, consigliato e orientato i propri figli — nel bene e nel male — chiamati a grandi responsabilità o semplicemente a vivere con fedeltà la propria quotidianità.

La maternità, spesso silenziosa, è stata ed è ancora una forza nascosta ma decisiva.

 

Eppure sarebbe ingenuo idealizzare. Ci sono madri che sostengono e incoraggiano, altre che trattengono, talvolta senza volerlo, con la forza silenziosa degli affetti. Ci sono madri assenti, travolte dai ritmi del nostro tempo o da fragilità personali, e madri ferite, poste davanti a scelte difficili, talvolta drammatiche. Esistono relazioni complesse, fatte anche di incomprensioni, distanze, mancanze. Questo mosaico di luci e ombre ci ricorda che la maternità è reale, concreta, mai perfetta né astratta. E qui vale la pena interrogarsi: siamo sicuri che basti una giornata celebrativa per restituire il valore di questo legame? O rischiamo di ridurre tutto a un gesto simbolico, senza lasciarci davvero toccare in profondità? Il rischio c’è, ed è quello di trasformare una verità essenziale in una ricorrenza superficiale. Eppure, dentro questa complessità, resta una verità semplice e disarmante: l’uomo continua ad avere bisogno di una madre. Anche quando pensa di poter fare da solo. Anche quando confonde la maturità con il taglio delle radici, illudendosi che un albero cresca più alto proprio perché si stacca dalla terra. Ma un albero senza radici non cresce: si secca. E forse alcune fragilità del nostro tempo nascono proprio da questa illusione di autosufficienza.

Per questo la maternità non è solo un fatto privato o affettivo. È una questione decisiva per la vita di tutti, anche sul piano sociale e culturale. Dove la madre — nella sua presenza, nella sua memoria o perfino nella sua mancanza — non trova spazio, qualcosa nell’uomo si impoverisce, perde consistenza, si smarrisce. Non si tratta solo di celebrare, ma di prendere coscienza. Perché, prima di ogni conquista e di ogni autonomia, ciascuno di noi è stato figlio. E continua, in fondo, ad aver bisogno di esserlo sempre.

don Carlo Cattaneo

1Francesca: «la felicità di vederla crescere, parlare e amare»

Francesca Sala

In una quotidianità fatta di lavoro, stress e frenesia si concentra il senso della vita. «Quando vado a lavorare non vedo l’ora di tornare a casa solo per stare con lei». Così Francesca Sala, classe ’89, racconta la sua maternità accanto alla figlia di tre anni Giorgia Lavinia, una quotidianità che si modella giorno dopo giorno. «L’arrivo di mia figlia non è stato un salto nel vuoto, ma un adattamento e una soddisfazione continui». Un equilibrio dinamico che non cancella la vita di prima, ma la riorganizza.

Adatti la vita alla tua bambina, a quel piccolo essere umano che dipende totalmente da te. Perché in fondo sei e rimarrai per sempre al centro del suo universo. Ma con questo non significa che le cose che facevi prima non le puoi più fare, ma le fai in base alle sue esigenze.

E se è vero che genitori non si nasce, ma lo si diventa, è anche vero che con la maternità non ci sono solo gioie, ma anche tanta paura di sbagliare. «Quando sei una mamma continui a chiederti se quello che fai sia giusto o no. Oggi sei bombardato da mille modelli educativi, tanto che prima sembrava tutto più chiaro. Se non la sgridi sbagli, se la sgridi sbagli. Se la rendi indipendente l’hai resa troppo indipendente, se la vizi è un problema. Ma la verità è che devi trovare una via di mezzo e fare il meglio per tua figlia, non il meglio in assoluto». E accanto ai dubbi educativi, c’è anche un’incertezza più profonda. «Il timore di non essere capace di prepararla al futuro. Voglio che sia indipendente e che sappia cavarsela nel bene e nel male, ma ogni madre, del resto, si chiede se stia facendo la cosa giusta». Infine la parte più luminosa. «Giorgia è la bambina più affettuosa del mondo. Quando torno dal lavoro mi abbraccia sempre e la sera, quando siamo entrambe stanche, ci addormentiamo insieme. Ormai non riesco più a dormire senza di lei».

Un legame che continua a crescere e ad arricchirsi nel tempo. «I neonati sono belli un po’ perché sono piccolini, un po’ per la “novità” di una nuova vita che è frutto del tuo amore, ma adesso è una soddisfazione diversa: la vedi crescere, parlare, ragionare. Adoro sentirle dire che mi ama, ma anche quando mi chiede se sono felice quando sono arrabbiata. È incredibile vedere come ragiona già così piccola».

Rz

2Erika: «Io, mamma di Andrea a tutti gli effetti»

«Io mi sento mamma a tutti gli effetti». Chi parla è Erika Tavaini, insegnante di Sartirana, che nel 2023 insieme al marito Alberto Lasagna ha adottato la piccola Andrea, proveniente dalla Colombia, al termine di un lungo percorso costellato di pratiche amministrative, documenti e colloqui con funzionari.

«Dico sempre che il mio parto è durato 4 anni e 5 mesi: nel luglio 2019 abbiamo presentato la richiesta d’adozione al Tribunale dei minori di Milano, e il 20 dicembre 2023 abbiamo potuto finalmente incontrare Andrea, che adesso ha 13 anni. L’adozione internazionale non è semplice, bisogna essere sempre aperti a ogni eventualità, dalle possibili patologie del bambino, alla provenienza geografica. Non è che puoi andare al supermercato e sceglierlo come un prodotto che piace a te, magari biondo e con gli occhi azzurri». L’adozione in Colombia è una procedura ben strutturata, gestita dall’Icbf (Istituto colombiano de bienestar familiar) che accoglie bambini dai 6-7 anni in su o con bisogni speciali. Il processo richiede circa 2 anni, prevede un viaggio di circa 45 giorni per la coppia e si avvale di enti autorizzati.

Ci siamo accreditati alla Colombia perché è nota per l’efficienza nelle adozioni internazionali. Ed è anche più veloce, perché alla nostra età non avevamo intenzione di aspettare dai 7 ai 10 anni.

Cosa si prova a essere madre? «Una grande felicità, soprattutto per mia figlia. Non tutti capiscono. E non parlo dei ragazzi, ma dei genitori, e a volte anche di qualche collega docente. Ad esempio, quando ti nasce un figlio, sul posto di lavoro ti fanno un regalo. Io non ne ho ricevuti, e anche questo è un modo per farti sentire diversa. In classe, poi, agli studenti hanno chiesto di portare una foto e un oggetto, un ricordo di quando erano più piccoli. Andrea non ne aveva, perché ha avuto un’infanzia problematica, e non sapeva come comportarsi quando uno degli insegnanti ha insistito. E dire che questo docente è una persona molto intelligente; solo, a volte ci vorrebbe un po’ più di sensibilità. Non lo dico per me, ma per Andrea, che è spavalda ma rischia di potarsi dentro le frustrazioni. Io cerco di essere una buona madre, spero di restare sempre aperta e sensibile, e vorrei che fosse così per tutte le mamme».

Dz

3Clelia: «102 anni e una sola certezza: la mia famiglia»

Clelia Barozzi festeggerà la festa della mamma insieme alla sua famiglia, insieme a suo figlio Arturo, ancora impegnato a lavorare nei campi. Lei abita in una cascina di Castello d’Agogna, si mantiene impegnata leggendo libri di storia e geografia, ma anche dando il buongiorno al suo giardino, e lo fa avendo alle spalle una storia di 102 anni: «Sono grata di essere riuscita a raggiungere questo traguardo – racconta Clelia Barozzi – festeggerò la festa della mamma insieme alla mia famiglia, che è il mio tutto. Come mamma mi sento soddisfatta, ho un figlio agricoltore, vicinissimo alla mia età. Lui guida i miei passi, io i suoi pensieri: lo seguo nei campi dove trascorre le sue giornate.

Quella della mamma è la figura più bella, è lei a guidare il mondo ed è grazie a lei che dobbiamo la continuazione della specie umana. Le mamme hanno tante possibilità ma devono saperle sfruttare e andare sempre incontro a braccia aperte ai loro figli.

Clelia Barozzi è un’ex insegnante di lettere, storia, geografia e latino, come docente è sempre andata oltre la semplice narrazione delle cose, non si è mai limitata a spiegare solo nozioni grammaticali, figure retoriche date, tra una lezione e un’altra, infatti, non ha mai mancato di trasmettere alle sue alunne la sua filosofia di vita: «Il mio obiettivo da professoressa è sempre stato di aiutare le mie giovani alunne a crescere dal punto di vista umano e un po’ ci sono riuscita. Qualcuna di loro si ricorda di me, mi ringrazia per l’aiuto che ho dato, sono contenta di questo. Ai giovani consiglio di non farsi sopraffare dalla fame dell’io, dall’essere o dal fare a ogni costo, anzi vorrei che in fondo all’animo resti un po’ di poesia, un po’ di quella semplicità tipica di ogni uomo». La sua vita è stata in gran parte dedicata alla scuola, a trasmettere le sue conoscenze alla Josti di Mortara, in un’istituzione che lei stessa considera ancora «una roccaforte. Ho insegnato per oltre trent’anni a Mortara e in un certo senso posso dire di essere stata una seconda mamma per le mie allieve. La scuola ancora oggi deve essere considerata come una grande officina». Ha 102 anni, quando si sveglia, Clelia Barozzi guarda i campi di riso, ripensa anche alla sua Belluno, a ricordi lontanti ma ancora presenti nella sua mente.

Ev