A Vigevano serve un sindaco capace di ascoltare e dialogare, ma soprattutto una classe dirigente all’altezza delle sfide che attendono la città. Nodi che, secondo Valerio Bonecchi – primo cittadino dal 1996 al 2000 con l’Ulivo e consigliere comunale d’opposizione uscente – non possono essere sciolti solo con le elezioni. Come inquadra il voto de 20 settembre?
«Tutti danno per scontato che Ceffa possa diventare sindaco»
Vigevano da molti anni è città che vota il centrodestra, perciò è una possibilità concreta, però avverto anche che in città c’è un’insoddisfazione rispetto alla situazione attuale e quindi anche verso come è stata amministrata. Forse la partita potrà essere più aperta che in altre occasioni

Che città è Vigevano oggi?
«Vedo una città chiusa, ripiegata su se stessa, incapace di fare alleanze e di trovare le giuste interlocuzioni. Si è culturalmente impoverita e questo è un dato oggettivo, Vigevano difetta di una classe dirigente complessiva capace di farla uscire da una situazione di subalternità»
Le elezioni favoriranno un ricambio?
«Da quel che ho potuto vedere, pur seguendo da lontano e con tutto il rispetto per le storie personali di ciascuno, non mi pare che ci siano grandi novità»
Anche questo è uno degli elementi della crisi della città: coloro che pretendono di essere classe dirigente a questi appuntamenti sono sempre assenti
A chi si riferisce?
«La classe dirigente di una città è costituita sì da amministratori, ma anche da tutta una serie di persone e personaggi che contribuiscono a dare il tono. Sono imprenditori, sindacati, associazioni, un insieme composito e complesso che va oltre il dato politico; constato un’assenza e un’inadeguatezza complessive»

Per affrontare quali sfide?
«Tutti gli indicatori dicono che nei prossimi mesi ci saranno problemi dal punto di vista economico e continueranno quelli sociali già emersi nella fase acuta dell’epidemia. Questa sfida i Comuni la dovranno affrontare uniti, come Anci, per far capire al governo centrale che le risorse spese dovranno essere reintegrate per far fronte all’attività corrente e ai problemi di organizzazione dei servizi. Chiunque dovesse vincere non avrà un periodo semplice davanti a sé»
Allargando l’orizzonte temporale che elementi coglie?
Il nodo è quello degli ultimi vent’anni: l’isolamento di questa città, probabilmente i toni e i modi con cui sono state affrontate le sfide in questi anni non hanno aiutato a creare consenso attorno alla città, che oggi risulta incapace di relazionarsi in modo costruttivo con gli altri livelli istituzionali
Occorre riannodare un dialogo con l’esterno?
«I futuri investimenti dell’area milanese, su cui gravitiamo, si concentreranno a est, Monza e la Brianza, e a nord-ovest, verso Rho. Entrare in Città metropolitana non voleva dire tanto cambiare provincia, quanto fare alleanze e costruire con la Lomellina e la parte sud-ovest di Milano, abbiatense e magentino, un’intesa per far capire che anche qui poteva e doveva esserci sviluppo. Dobbiamo lavorare, se vogliamo avere un ruolo centrale come città, sia sui comuni della Lomellina sia su queste altre aree per costruire una massa critica che per popolazione, fatturato, forza industriale e agricola sia un interlocutore di Regione e Città metropolitana».

Qualcuno dei candidati ha messo a fuoco questo elemento?
«Alcuni non li conosco, ma il problema sarà capire che risorse avranno a disposizione. Ci sono alcuni elementi di novità, Bertucci lo è di sicuro, anche Squillaci può esserlo, ma bisognerà vederli alla prova dei fatti».
Quali doti dovrà esprimere chi diventerà primo cittadino?
Capacità di ascoltare, fare sintesi e decidere
Bastano le elezioni per determinare una svolta?
«Ho forti perplessità che un cambio o una riconferma di un’amministrazione possano essere un elemento significativo di cambio di passo della città, penso che ci sia un problema complessivo di classe dirigente, di cui l’amministrazione è una parte, ma non l’unica. La città deve comprendere che serve un salto di mentalità generale».
Giuseppe Del Signore


