“Non è giusto che…”. Tra i molti doni che rendono l’uomo un essere complesso, dopo il libero arbitrio, il discernimento occupa un posto particolare. La competenza di ponderare la giustizia, quanto la convenienza, di una scelta o una situazione. Sventuratamente l’uomo è un essere fallibile, e davanti ad una esistenza descritta da infinite e spesso imprevedibili circostanze e da risorse finite quanto necessarie, il discernimento diventa uno strumento imprescindibile e tuttavia insufficiente.
In quest’ottica diventa comprensibile la posizione di fastidio, forse di invidia, dei lavoratori della prima ora, che vedono il loro lavoro svalutato dalla paga invariata nelle ore, dal mancato guadagno, dalla trattativa inefficace con il padrone che sembra aver sovvertito la logica del merito. Diventa comprensibile la loro protesta. Se tuttavia la “cifra” del padrone fosse sufficiente, anzi superflua, a soddisfare ogni bisogno? Se la paga pattuita con il padrone fosse di gran numero superiore a quella che il lavoratore dovrebbe guadagnare da una giornata di lavoro? Allora non sarebbe legittimo dire che solo al padrone spetta valutare come distribuirla? La sovrabbondante generosità con cui Dio distribuisce il suo amore, non corrisponde alle leggi del mondo degli uomini, ma è la cifra del suo amore incondizionato. Nella sua misericordia Dio chiama ciascuno secondo le sue circostanze personali.

Da insegnante mi è capitato di osservare un atteggiamento analogo da parte di alcuni allievi, che di fronte ad una valutazione corretta della loro prova, immediatamente la comparano con quelle degli altri, per sapere se chi ha avuto di più se l’è guadagnato. Nel cercare il confronto spesso perdiamo di vista il fatto che la valutazione non può considerare esclusivamente la qualità del risultato, ma deve tenere conto anche dell’impegno profuso per ottenere quel risultato, e degli svantaggi che taluni compagni possono avere rispetto agli altri, anche quando questi non sono pubblicamente visibili o noti, e infine dei loro bisogni. Similmente da amministratore pubblico ritengo che sia fondamentale tutelare le fasce più deboli della cittadinanza, indipendentemente dalle loro possibilità presenti, ma anche future, di contribuire attivamente alla costruzione di una società solidale, capace di includere le periferie esistenziali che popolano le nostre città.
Perché non è, o meglio non dovrebbe essere, esclusivamente il valore con cui la società e il mercato ci quantificano, a descrivere il grado di dignità con in cui dobbiamo vivere, o le possibilità che possiamo ottenere, quanto invece la dimensione etica del nostro agire personale e sociale. Allora quale vantaggio hanno avuto i lavoratori della prima ora, che hanno faticato di più rispetto agli ultimi? Forse quello di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver migliorato la vigna del mondo, così che anche i più fragili potessero essere considerati prima per i propri bisogni piuttosto che per i propri meriti.
Antonella Mairate, Docente IRC – Parrocchia san Carlo ai Piccolini

