La notizia che quest’estate, più di ogni altra, ha riempito i telegiornali è stata l’invasione di Ceuta. Una città che ha visto raddoppiare la sua popolazione, di poco superiore a quella di Vigevano, nel giro di poche ore.
Circa settantamila marocchini sono entrati nell’exclave spagnola forzando i posti di blocco, mentre le autorità marocchine, da parte loro, poco o nulla facevano per contrastare quell’enorme movimento di persone. La reazione del nostro governo è ben nota: sospendere Schengen per il timore che quanti erano entrati con tanta facilità a Ceuta potessero poi raggiungere l’Italia. Almeno questa è stata la giustificazione ufficiale. Una giustificazione che convince poco, dal momento che Ceuta si trova in Africa e non rappresenta quindi una minaccia diretta per il nostro paese. Ma, al di là di una decisione che sembra rispondere più a esigenze di politica di coalizione interna (nel centro-destra) che di politica estera, ciò che più interessa della crisi di Ceuta è un altro aspetto: la frontiera meridionale dell’Unione Europea si è dimostrata estremamente vulnerabile. Non si tratta, a dire il vero, di una grande novità.
I campanelli d’allarme non erano mancati in passato. Nel 2021 Ceuta era già stata teatro di un ingresso massiccio di migranti, anche se in quella circostanza furono circa ottomila, molti meno rispetto a oggi. Allora il Marocco aveva deliberatamente allentato i controlli alla frontiera come rappresaglia contro la Spagna, colpevole, agli occhi di Rabat, di aver accolto sul proprio territorio il leader del Fronte Polisario, da decenni contrapposto al Marocco sulla questione del Sahara Occidentale. Oggi si sta ancora cercando di chiarire le cause di quanto accaduto. Una cosa, tuttavia, appare difficile da ignorare, un movimento di queste dimensioni, perfettamente coordinato e capace di coinvolgere decine di migliaia di persone, difficilmente può essersi prodotto senza che le autorità locali ne fossero almeno a conoscenza.
Il potere di cui dispongono alcuni paesi di frontiera nel trasformare l’immigrazione in uno strumento di pressione politica è enorme.
L’Europa lo ha già sperimentato con la Turchia, che negli anni passati ha utilizzato la possibilità di aprire o chiudere le proprie frontiere per esercitare pressione sull’intera Unione. La differenza è che oggi l’UE appare profondamente divisa proprio su un tema, quello migratorio, destinato a rappresentare una delle principali sfide del prossimo futuro.
Matteo Re, docente presso l’Università di Madrid


