Osservatorio 07-11 / Gli scherzi della provvidenza

La Provvidenza, silenziosa presenza che attraversa la storia, gioca spesso con le date del calendario per creare improbabili coincidenze, attraverso le quali parla e provoca chi sa mettersi in ascolto del suo linguaggio nascosto.

Non si può leggere che così la recente celebrazione del Giubileo degli educatori, vissuto da un nutrito gruppo di fedeli nel weekend dell’ 1 e 2 novembre, giorni tradizionalmente dedicati al ricordo famigliare dei defunti e di quelle figure di santità, nota o anonima, che danno alla Chiesa quell’abbraccio caldo, capace di racchiudere ogni epoca. Singolare chiedere, a chi deve farsi con il proprio servizio “padre”, “madre”, “fratello” o “sorella”di chi gli è affidato, di abbandonare la propria casa in un giorno così legato proprio agli affetti domestici. Singolare, ma forse profetico per indicare, più con l’esperienza che con le parole, alcune dimensioni importanti della missione educativa. A partire da quella priorità assoluta che chiede, non di dimenticare ma di saper armonizzare con equilibrio la propria vita personale con le esigenze del servizio, superando la logica dell’orario per assumere quella dello stile che uniforma e pervade tutta l’esperienza personale.

pellegrinaggio diocesano a Roma Giubileo

Ma c’è un aspetto che, forse più di tutti, la celebrazione giubilare dell’ultimo weekend ha sottolineato con forza, ossia la dimensione comunitaria della missione educativa. Questo non solo dal punto di vista dell’educatore chiamato a lavorare insieme ad altri per il bene delle persone che gli sono affidate, ma soprattutto dal punto di vista della comunità che diventa corresponsabile dell’azione educativa, prendendo coscienza che essa è un aspetto costitutivo della sua identità. Non esiste Comunità se non è una comunità che educa, non esiste comunità cristiana se non è una comunità che testimonia e accompagna chi ne fa parte crescere in fede e umanità. E questo lo spazio che la realtà comunitaria deve riscoprire continuamente a fronte dei cambiamenti pastorali e delle trasformazioni della società. In un contesto in cui sembra meno significativa l’esperienza di fede e quasi completamente assente o fortemente ridimensionato l’aspetto delle tradizioni, la vocazione comunitaria è sempre più chiamata educativa che vede ognuno interpellato in prima persona a lavorare con gli altri per trasmettere ciò che si è ricevuto.

Parlo di spazio perché non si tratta tanto di condividere contenuti, nozioni, riti appresi ma è soprattutto far respirare un vissuto che diventa habitat naturale dentro quale si sviluppa il cammino personale di ognuno.

A fronte di una apparente riduzione delle forze di vita consacrata e sacerdotale, di fronte a un lato che fatica a trovare uno spazio di apostolato come era avvenuto nel passato, l’avventura che si apre di fronte alla comunità non è quella di inventare forme per surrogare il ministero presbiterale omettere appunto figure like ali che ne possano scimmiottare le forme, si tratta piuttosto di fare della Comunità una realtà concreta, dove il Vangelo e lo stile di vita Cristiano è vissuto nella quotidianità, aldilà delle occasioni speciali e dei momenti celebrativi. Non è nulla di innovativo in realtà. È esattamente quello che ci consegna il libro degli atti degli apostoli quando, nei quadretti descrittivi della vita dei primi cristiani, ne presenta la quotidianità, in tessuta di quell’esperienza di Cristo che diventa poi contenuto della fede e appropriazione di esso. Proprio la quotidianità allora diventa lo spazio in cui la comunità cristiana educa. Sono gli scherzi della provvidenza, che permette l’apparente raffreddamento della cristianità per risvegliarne paradossalmente tutta la forza profonda nascosta nella disponibilità di ogni battezzato.

don Carlo Cattaneo

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