«Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile». «Stanotte un’intera civiltà morirà» aveva scritto Donald Trump martedì, la risposta di papa Leone XIV è stata eloquente. È raro che la comunicazione vaticana risponda direttamente a un leader. Una dichiarazione al di fuori degli spazi rituali, rilasciata al momento di lasciare Castel Gandolfo per rientrare in Vaticano e accompagnata anche da un’esortazione ad agire:
Vorrei invitare tutti a pregare, ma anche a cercare come comunicare – forse con i “congressisti” (i membri del Congresso, ndr), con le autorità – per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace! Siamo un popolo che ama la pace. C’è tanto bisogno di pace nel mondo!.
Un popolo che ne richiama tre: l’intera umanità, i cristiani, gli statunitensi. E, da statunitense quale papa Prevost è, il primo appello ai “Congressmen” è stato il suo, compiendo un atto politico davanti ai media di tutto il mondo, uno dei più importanti di un leader internazionale da quando è iniziato il conflitto, insieme alla trattativa intavolata dal Pakistan e sostenuta dalla Cina. Ora c’è il cessate il fuoco, c’è un negoziato, una parte del popolo iraniano è scesa per le strade a festeggiare (non le migliaia di morti e di persone che da sole si oppongono al regime), il prezzo del petrolio scende nella convinzione che lo stretto di Hormuz presto sarà riaperto e le economie di tutto il mondo potranno attutire l’impatto della crisi senza arrivare alle misure draconiane di cui si parlava e scriveva negli ultimi giorni: gli aerei potranno essere riforniti, le vacanze saranno salve, gli uffici non si svuoteranno come durante la pandemia, le auto potranno continuare a circolare rifornendosi a un prezzo alto, ma non fuori controllo.

NEGOZIATI Mercoledì sempre Trump su Truth (il social di sua proprietà) ha scritto: «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane». Tocca ai negoziati, appunto, e Trump ha accettato di partire non dai suoi “15 punti”, ma dai “10 punti” proposti dall’Iran: impegno degli Usa a non aggredire l’Iran, controllo iraniano su Hormuz (alcuni analisti pensano che rimarrà la tariffa di due milioni di dollari a nave per accedervi, magari ripartita con l’Oman), accettazione del programma nucleare iraniano (nella versione parsi del testo Teheran parla anche del diritto di «arricchirlo», nella versione inglese no), revoca delle sanzioni primarie e secondarie all’Iran, abrogazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica contro l’Iran, risarcimento dei danni di guerra, ritiro delle forze armate statunitensi dalla “regione”, cessate il fuoco anche sugli altri fronti, Libano compreso. Sulla carta un successo persiano, ma è chiaro che molti di questi punti o sono del tutto irrealizzabili (il ritiro delle truppe statunitensi dal quadrante regionale) o contraddirebbero le motivazioni stesse del conflitto (la possibilità di arricchire l’uranio quando, all’ultimo round di consultazioni a Ginevra, gli iraniani si erano dimostrati a disponibili a trattare sulla consegna degli oltre 400 chili già arricchiti a un livello tale da poter essere usati per armi atomiche) o sono già stati respinti (Israele via Netanyahu ha detto che il Libano non è incluso nel cessate il fuoco e mercoledì gli attacchi sono proseguiti, nel Paese dei cedri così come nel Golfo).
TACO A prescindere da questo, la pretesa del presidente degli Stati Uniti di una «vittoria totale» o di avere «un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate» appare velleitaria. Un regime è un sistema di potere e non semplicemente le persone che lo guidano; quel sistema di potere al momento è ancora in piedi e guida i negoziati con gli Usa da una posizione di forza, avendo dimostrato di poter mettere in scacco l’economia mondiale pur a prezzo di pesanti perdite umane e infrastrutturali. Negli Stati Uniti il ritornare sui propri passi di Trump è stato fotografato da un neologismo, “Taco”, acronimo di «Trump Always Chicken Out», di certo il presidente statunitense è convinto della bontà della tattica di portare al tavolo posizioni massimaliste per incassare concessioni dagli altri paesi, replicando il modello che usava in ambito immobiliare a New York. E pazienza per il diritto internazionale. A prescindere dalla bontà della tattica, non pare una strategia. Si può parlare di «età dell’oro del Medio Oriente» e pensare che
ci saranno molte azioni positive! Si guadagneranno un sacco di soldi, ma le macerie restano.
QUESTIONE MORALE Le 175 bambine colpite per errore dagli Stati Uniti a Minab nel primo giorno di questo conflitto parlano del costo morale della guerra. Papa Leone XIV martedì sera ha detto che il conflitto apre «questioni di diritto internazionale, ma molto di più morale, per il bene del popolo. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani». Il «popolo» del pontefice è ancora una volta polisemico: quello iraniano, ma anche l’umanità perché la minaccia di cancellare una civiltà riguarda tutti, è una base inaccettabile tanto per le relazioni internazionali quanto per le relazioni umane. Nel messaggio “Urbi et Orbi” di Pasqua il pontefice ha rivolto un appello: «Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo! Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti». Indifferenti alla morte delle persone, «alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano», alle conseguenze socio-economiche in una «globalizzazione dell’indifferenza» che richiama papa Francesco.
SCEGLIERE LA VITA Al contrario tutto il triduo pasquale è stato impostato da Leone XIV all’insegna della riscoperta del valore della vita: «Sant’Agostino insegna “se hai paura della morte, ama la risurrezione”». Durante la veglia del sabato santo il pontefice ha paragonato la pietra del sepolcro al peccato, «una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio», ma da cui le due Marie non si sono lasciate intimidire, anzi «grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione». «Come le donne, corse a dare l’annuncio ai fratelli, noi pure vogliamo partire, stanotte, da questa Basilica, per portare a tutti la buona notizia che Gesù è risorto e che con la sua forza, risorti con Lui, anche noi possiamo dar vita a un mondo nuovo, di pace, di unità, come “moltitudine di uomini e insieme […] un uomo solo, poiché, pur essendo molti i cristiani, uno solo è il Cristo” (S. Agostino)». Se le pietre davanti ai sepolcri non mancano neppure oggi, «non lasciamocene paralizzare», in passato «tanti uomini e donne […] le hanno rotolate via». Così, come ha ricordato il giorno dopo nell’omelia della messa di Pasqua, «attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita». Per poi aggiungere, nel messaggio “Urbi et orbi”, che «la forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. È simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. È ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso».
Giuseppe Del Signore



