«Se passo in città come Torino, le chiese sono chiuse e vuote e le assemblee sono diventate dei mortori. Solo poche teste bianche, un prete vecchio e nessun canto! Mi viene da intonare le Lamentazioni di Geremia. Ah, come giace desolata la Chiesa!» Le parole di fratel Enzo Bianchi, quasi un amaro congedo, sono anche l’anamnesi della vita cristiana di tante nostre realtà. Non occorre essere radicalmente pessimisti né disillusi per prendere coscienza di una ferita profonda che attraversa le nostre comunità, fino quasi a soffocarle in una morsa di banalità e stanchezza. La mancanza di entusiasmo e l’incapacità di sorprendersi sono le forme di questo “mistero di male” che non fa rumore come gli scandali, ma consuma dall’interno la vita dei cristiani, nascondendo la bellezza sconfinata di cui dovrebbero essere portatori.
Eppure, anche dentro questo paesaggio desolato, continuano ad affacciarsi giovani e adulti attratti dall’incontro con Cristo, dalla parola del Vangelo o da qualche testimonianza capace di mostrare una vita diversa. È il segno che lo Spirito non ha abbandonato la sua Chiesa. Ma il loro entusiasmo, quando decidono di intraprendere un cammino più serio nelle proprie comunità, si trova spesso a fare i conti con realtà stanche, assuefatte al grigiore del quotidiano, ingessate in calendari pastorali da rispettare e servizi da garantire, nelle quali la perenne novità dello Spirito non riesce più a filtrare. Proprio qui trova campo libero un altro grande nemico, non meno insidioso della stanchezza: la perenne ricerca di nuove emozioni, il fascino di esperienze fuori dall’ordinario, dove la fede diventa sorpresa continua non per il suo contenuto, ma per la sua forma. Celebrazioni stravaganti, discorsi ricercati, dirompenti o semplicemente tanto complessi da apparire profondi diventano lo specchietto per le allodole di un cristianesimo capace di astrarre dal quotidiano e creare sempre nuove sensazioni.
I due estremi, in apparenza opposti, conducono così al medesimo esito: la fede si scolla dalla vita e camminare con Dio nella preghiera e nelle scelte quotidiane diventa troppo arduo.
È questa la vera fatica: incontrare il volto di Cristo, che ha la straordinaria forza di rendere l’umano dimora di qualcosa di più grande e di introdurre nel quotidiano l’infinitamente Altro. Solo qui si trova la medicina per un celebrare e un vivere comunitario che rischiano di appiattirsi e di morire: nella memoria viva di un cristianesimo che è anzitutto chiamata da persona a persona; di una preghiera che sfugge al controllo dell’uomo ed è, dalla grande cattedrale alla piccola chiesa di frazione, incontro con l’Eterno e proprio per questo esige dignità; di giorni vissuti al respiro dello Spirito e di un Vangelo esigente, ma proprio per questo straordinariamente affascinante. Allora anche il lamento può diventare canto di liberazione. Allora l’esilio in quella “terra straniera” che è il formalismo dell’abitudine può terminare e possiamo riprendere la strada verso la terra promessa: non una Chiesa artificiosamente euforica, ma una comunità nuovamente affascinata dalla comunione con Dio. Perché una Chiesa non muore quando le sue assemblee diventano piccole: muore quando smette di attendere il Signore. E rinasce ogni volta che, persino dentro il suo lamento, torna a riconoscerne la presenza.
don Carlo Cattaneo


