«Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei, / ti starò vicino come non ho fatto mai». Canta di una madre anziana, di un figlio devoto, Cristicchi racconta la sua storia e quella di migliaia di famiglie italiane, perlopiù suscitando empatia. Tuttavia non è che un’impressione ed è il testo stesso, a dirlo: tutto in prima persona, fatto di gesti capovolti e da imparare, dal camminare al chiedersi dell’anello al dito, dallo stare in piedi da sola al ritrovare la strada di casa, dal prendere in braccio a far da mangiare per cena.
È tutto un «parlerò», «insegnerò», «ripeterò», «prenderò», «preparerò» nei confronti di un «ti» per cui sussiste un legame affettivo. Perché in fondo il problema è delle famiglie, dei singoli. L’Araldo questa settimana si occupa delle case di riposo – almeno 2mila euro al mese in media – una dimensione della terza età sempre meno eludibile per un futuro demografico fatto di invecchiamento (34.5% gli over65 nel 2043) e di persone sole (a Milano già oggi una “famiglia” su due è composta da singoli), in passato si è occupato della vita che nasce e delle famiglie con figli, fotografando un contesto italiano in cui questi temi devono rimanere “in casa” e non diventare oggetto di presa in carico sociale, come se la società non di queste famiglie si componesse. Eppure le soluzioni ci sono, nel caso dell’accompagnamento degli anziani il Pnrr è ambizioso e per i bambini ci sono modelli già funzionanti come quello di San Lazzaro di Savena (asilo gratis per tutti e senza lista d’attesa recuperando la Tari elusa), forse a mancare è la volontà. O meglio la capacità di andare oltre l’emozione. Cosa resta oltre l’emozione? Non un sentimento né un pensiero, che sono le due forze che spingono l’uomo ad agire. Subito dopo l’ultima nota il tempo incalza ad andare oltre perché
«oggi una canzone / dura come un temporale» e le persone si «buttano via / come in un sabato qualunque». Di corsa, «quanto è duro il mondo / per quelli normali», «cintura bianca di judo».
L’emozione svanisce, ammesso che ci sia, visto che alla «messa cantata di Cristicchi» è stato rimproverato un «meccanismo ricattatorio di un brano che sembra voler far piangere per forza», come se così non fosse l’arte tutta. È vero, “Quando sarai piccola” come tante canzoni sanremesi scivola sulle «vie dell’intimismo e del dolore privato, trascurando tutto quel che è impegno o lotta collettiva». Come tante canzoni è specchio dei tempi e della società; in fondo siamo non come quel figlio che canta l’amore per la mamma. No, siamo la mamma. Come lei dimentica la vita, il marito, l’amore e deve reimpararlo ogni giorno per poi dimenticarlo di nuovo, noi dimentichiamo. Le guerre, le miserie, la solitudine… e il problema è che non le impariamo mai perché «un divano e due telefoni» non è solo «la tomba dell’amore», ma della comunità.
Intanto «sono cresciute veloci le foglie sull’albero delle noci» e la felicità e l’amore possono ancora trovare spazio nel rapporto genitore-figlio, appunto “in famiglia” o nel privato, sentimenti complessi che «non posso sostenere» e a cui «non mi posso abituare» perché «ho imparato sin da bambino la differenza fra il sangue e il vino / E che una vita si può spezzare per un pezzetto di carne o di pane». Meglio allora ripiegare «sui cuoricini, cuoricini / persino sotto alla notizia / crolla il mondo». Il pensiero e l’azione non devono sostituirsi all’emozione, ma quando capita: «battito, battito / battito, battito/ battito accelerato». Gli occhi alla fine non sono quelli umidi di Cristicchi, ma quelli alienati di Fedez: «dentro ai miei occhi / guerra dei mondi».
Giuseppe Del Signore


